Accertamento analitico-induttivo: come difendersi?
Daniela Colleoni - 19 Luglio 2020

Sei un lavoratore autonomo o titolare di un’attività di impresa e hai ricevuto un avviso di accertamento? Hai bisogno di fare chiarezza circa l’atto che ti è stato notificato?

Ti invito a proseguire la lettura di quest’articolo: analizzeremo insieme la figura dell’accertamento analitico-induttivo, l’emissione del relativo avviso di accertamento e gli strumenti di tutela che hai a disposizione.

Per accertamento analitico-induttivo si intende quel controllo esercitato dall’Agenzia delle Entrate circa le dichiarazioni presentate dai soggetti obbligati alla tenuta delle scritture contabili.

Infatti, per verificare che le dichiarazioni fiscali presentate dai contribuenti corrispondano al vero, il Fisco può ricorrere a diversi strumenti d’indagine. Questi si diversificano a seconda del soggetto sottoposto a controllo.

I soggetti tenuti alle scritture contabili, quindi i lavoratori autonomi e titolari di attività d’impresa, possono essere sottoposti ad accertamento analitico-induttivo; trattasi di controllo esercitato sia ai fini delle imposte dirette che ai fini IVA.

Anzitutto vediamo in che cosa consiste.

1. Accertamento analitico-induttivo

Si intende quell’attività di verifica fiscale compiuta dall’Amministrazione Finanziaria sulla base di presunzioni.

Questo significa che il Fisco non ha necessità di avere prove certe per riconoscere attività non dichiarate o disconoscere quelle dichiarate. Ciò accade perchè assumono rilevanza anche gli indizi ai fini dei controlli.

Infatti ai sensi dell’art. 39 del DPR 600/1973, l’Agenzia delle Entrate può riconoscere la presenza di irregolarità nelle dichiarazioni dei contribuenti anche non avendo prove certe, ma basandosi su indizi gravi precisi e concordanti.

Questi possono derivare da documenti o elementi probatori emersi nel corso delle indagini, oppure da indici statistici che valutano i presunti ricavi-corrispettivi del contribuente.

A differenza dell’accertamento induttivo c.d. puro, in questo caso le scritture contabili risultano complessivamente attendibili.

Tuttavia, da una loro dettagliata analisi, emergono documenti o elementi probatori che fanno sospettare delle irregolarità. E’ sufficiente la presenza di indizi gravi, precisi e concordanti per qualificare una presunzione di evasione.

Gli elementi presuntivi non devono emergere necessariamente da documentazioni contabili, ma possono rilevare anche dal ricorso del Fisco a strumenti matematico-statistici.

Infatti, l’Ufficio può utilizzare strumenti di calcolo statistico per quantificare le presunte attività e passività del contribuente. Lo scostamento tra la dichiarazione e l’indice statistico fa presumere una violazione delle norme fiscali.

Questi strumenti sono gli studi di settore e gli ISA.

1.1. Gli studi di settore

Erano uno strumento statistico con cui, fino al periodo d’imposta 2018, si realizzava una c.d. standardizzazione delle attività di impresa.

 L’obiettivo era quello di individuare presunti ricavi per diverse attività imprenditoriali. Nello specifico, si suddividevano in gruppi omogenei le imprese e successivamente si calcolavano i loro ricavi ipotetici. Questi si ottenevano considerando le specifiche caratteristiche di ogni gruppo.

I calcoli presuntivi venivano poi confrontati con le dichiarazioni dei contribuenti.

 Il semplice scostamento tra quanto previsto dagli studi di settore e la dichiarazione del contribuente costituiva presunzione semplice fondante avviso di accertamento.

A partire dal periodo d’imposta 2018 questi sono stati sostituiti dai c.d. Indici Sintetici di Affidabilità fiscale.

1.2. L’Indice Sintetico di Affidabilità Fiscale (ISA)

Anche con questo strumento si presume l’esistenza di un certo numero di ricavi a seconda delle caratteristiche dell’impresa.

In questo caso si attribuisce un valore in scala al contribuente, in base al confronto tra la sua dichiarazione e le sue presunte attività. Trattasi di un punteggio variabile da 1 a 10 che è indicativo del suo c.d. grado di affidabilità fiscale.

Sta al contribuente ottenere questo punteggio, con il ricorso ad un software messo a disposizione dall’Ufficio.

Infatti, tramite l’apposito software il contribuente ricava il giudizio di affidabilità, che dovrà essere poi inserito in un modello integrante la sua dichiarazione.

Nel caso di omissione della comunicazione, il Fisco concede un termine ultimo per poter adempiere. Alla scadenza del termine, il contribuente può essere soggetto ad una sanzione pecuniaria fino ad euro 2.000,00 ed essere convocato in contraddittorio.

In base al punteggio ottenuto vengono riconosciuti una serie di benefici al contribuente, per esempio:

  • la riduzione di almeno un anno dei termini di decadenza per l’accertamento;
  • l’esclusione dell’accertamento sintetico;
  • l’esclusione degli accertamenti basati su presunzioni semplici;

Il contribuente può migliorare l’indice di affidabilità, e godere dei relativi benefici.

Nello specifico può:

  • integrare la dichiarazione con elementi positivi non risultanti dalle scritture contabili;
  • correggere anomalie evidenziate dal sistema;

Laddove invece vi siano bassi indici di affidabilità fiscale, l’Agenzia delle Entrate deve convocare il contribuente in contraddittorio.

2. Il contraddittorio

Con l’accertamento analitico-induttivo è obbligatorio l’avvio del contraddittorio con il contribuente. Infatti, a differenza di altri generi di indagine, l’Ufficio non può emettere avvisi di accertamento automatici.

Questo accade perché il Fisco non ha elementi probatori certi circa la sua colpevolezza, ma solo indizi.

L’obbligatorietà del contraddittorio costituisce una garanzia per il contribuente che già in questa fase può difendersi. L’obiettivo del contraddittorio è proprio quello di verificare se i ricavi presunti esistano nel caso concreto o se vi siano ragioni che giustificano dei ricavi inferiori.

Sta al contribuente, infatti, dimostrare le circostanze per cui i ricavi o compensi presunti non sono stati realmente conseguiti.

3. Avviso di accertamento

Laddove non siano ritenute sufficienti le motivazioni avanzate dal contribuente in contraddittorio, l’Agenzia delle Entrate può emettere un avviso di accertamento.

Questo si baserà sulle presunzioni oggetto dell’accertamento e su eventuali elementi emersi nel corso del contraddittorio.

Il contribuente ha il diritto di impugnare l’avviso di accertamento e di difendersi, presentando ricorso. In questo dovrà inserire tutte le documentazioni e gli elementi probatori che ha a disposizione, a sostegno della propria posizione.

La difesa del contribuente può basarsi sia sulle contestazioni che concretamente gli vengono mosse, che sulla presentazione dell’avviso di accertamento. Infatti può impugnare l’atto anche per la presenza di c.d. vizi di legittimità.

Come ogni avviso di accertamento, anche quello c.d. analitico-induttivo deve rispettare una serie di formalità, ai sensi dell’art. dell’art. 7 della legge 212/2000. Laddove manchino questi requisiti, l’avviso di accertamento è nullo.

Ai sensi dell’art. 21-septies della l. 241/1990 si prescrive la nullità del provvedimento che:

  • manchi degli elementi essenziali. Per esempio quando l’atto non è sottoscritto, è privo di intestazione o manchi di adeguata motivazione;
  • sia emesso in carenza di potere da parte del Fisco;
  • rientri in altri casi di nullità previsti dalla legge.

La stessa legge, all’art. 21-octies, disciplina che ogni atto viziato da violazione di legge sia annullabile.

Questo è il caso in cui, per esempio, venga emesso un avviso di accertamento senza previo contraddittorio con il contribuente.

Anche in tutti questi casi il contribuente ha la possibilità di impugnare l’avviso di accertamento, presentando apposito ricorso di fronte alla Commissione Tributaria Provinciale competente.

4. Il visto pesante

Il contribuente ha la possibilità di difendersi ancora prima che l’Ufficio avvii un accertamento nei suoi confronti. Infatti, può ricorrere a degli strumenti protettivi che garantiscano la validità delle sue dichiarazioni.

Uno meccanismo di tutela del contribuente c.d. ex ante, quindi prima dell’avvio dell’accertamento, è la presentazione del visto pesante.

Questo è un documento rilasciato dai responsabili dei Caaf a seguito di una speciale procedura di asseverazione.

In buona sostanza, con il visto pesante si attesta la congruità dei ricavi dichiarati con quelli desumibili da ISA e studi di settore; lo stesso inoltre garantisce che tutto quanto dichiarato all’Agenzia delle Entrate corrisponde alla contabilità e documentabilità dell’impresa.

Presentando il visto pesante insieme alla dichiarazione, si producono due importanti conseguenze:

  1. si limita la possibilità che il Fisco avvii l’accertamento induttivo, entro la fine del terzo anno successivo alla presentazione della dichiarazione;
  2. in caso di emissione di avviso di accertamento, la presentazione del ricorso impedisce la riscossione fino all’emissione della sentenza di primo grado;

5. Conclusioni

L’accertamento analitico-induttivo è un particolare metodo di indagine usato dal Fisco e basato su presunzioni, anche semplici.

E’ rivolto solo ai soggetti obbligati alla tenuta delle scritture contabili, quindi lavoratori autonomi e titolari d’impresa.

Di fronte a queste attività, il contribuente può difendersi dimostrando la regolarità delle proprie dichiarazioni e la loro compatibilità con le scritture contabili.

A volte può essere utile chiedere ai Caf un c.d. visto pesante per tutelare la propria posizione. In altri casi è sufficiente esporre le proprie difese in contraddittorio con il Fisco; mentre in alcune ipotesi è necessario ricorrere all’impugnazione dell’avviso di accertamento presentando ricorso.

E’ importante analizzare tutte le possibilità messe a disposizione dal legislatore, al fine di optare per quella più adatta alla propria situazione.

Se hai bisogno di maggiori informazioni sull’istituto o circa le possibili strategie difensive, ti invito a chiedere una consulenza o assistenza legale compilando il Modulo che trovi in questa pagina.


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