Azioni a tutela dell’eredità

Le azioni a tutela dell’eredità sono degli istituti previsti dalla legge che consentono ai parenti più stretti del de cuius di ottenere la tutela dei loro interessi legati all’eredità.

Se, infatti, da un lato, la volontà del defunto va sempre rispettata, d’altro lato, la legge tutela la posizione di determinati eredi, i legittimari, ovvero il coniuge del defunto (il marito o la moglie a cui va equiparato l’unito civilmente), i discendenti (i figli, i nipoti) e gli ascendenti (i genitori).

A questi, che prendono il nome di legittimari o eredi necessari, spetta necessariamente una porzione del patrimonio del defunto, ossia del de cuius (ovvero il defunto), anche contro la sua volontà.

Tali porzioni, definite quote di riserva di legittima, sono quella parte di eredità di cui il defunto non può disporre neanche dopo la sua morte, per esempio assegnandole a soggetti diversi dai legittimari.

Perciò, qualora si verificasse la lesione della legittima, il legislatore ha previsto le azioni a tutela dell’eredità, volte a garantire gli interessi dei legittimari.

In questa guida vedremo come è possibile difendere il tuo patrimonio mediante queste azioni nel caso in cui tu abbia subito una lesione di legittima, dunque se non hai ricevuto la parte di eredità che, per legge, ti spettava.

1. Azioni a tutela dell’eredità: azione di petizione

L’azione di petizione, espressamente disciplinata dall’art. 533, comma 1, c.c., può essere esperita dall’erede quando costui vuole che venga riconosciuta questa sua qualità contro chiunque possiede in tutto o in parte i beni ereditari a titolo di erede o senza titolo alcuno. 

Il fine che si vuole perseguire mediante questa azione è la restituzione dei beni ereditari.

Legittimato a esperire l’azione è chiunque pretenda di essere egli stesso erede ovvero contro chi non contesti la qualità di erede e possieda senza disporre di alcun titolo di possesso.

Nel primo caso l’erede che agisce deve provare una valida vocazione a suo favore, nel secondo caso l’erede deve dare la prova che il bene posseduto dal terzo fa parte dell’asse ereditario.

Si noti bene che la proposizione dell’azione di petizione dell’eredità ha parte del mero delato (cioè colui a cui è stata offerta l’eredità ma che non ha ancora accettato) comporta l’accettazione tacita dell’eredità stessa. 

Dunque l’azione mira solo all’accertamento della qualità, l’effetto restitutorio è solo una ulteriore, automatica, conseguenza dell’accertamento della qualità.

Petizione ereditaria e rivendica sono dunque azioni diverse sebbene abbiano in comune il risultato finale e l’imprescrittibilità, salvi gli effetti dell’usucapione.

Può anche verificarsi il caso che colui che possiede a titolo di erede o senza titolo, prima di essere convenuto in giudizio con l’azione di petizione o durante le more del processo, disponga di beni in favore di terzi.

In tal caso l’erede può anche agire contro costoro.

Se l’oggetto dei diritti trasferiti dall’erede apparente è un bene immobile, o un bene mobile registrato, l’acquirente fa salvo il proprio acquisto qualora sia stato osservato l’onere della doppia trascrizione.

Colui che agisce con l’azione di petizione deve provare sia morte del de cuius sia la sua qualità di erede.

1.1. Qualità di erede e possesso dei beni ereditari

Per quanto attiene la qualità di erede, bisogna distinguere.

  • In presenza di un legittimario, cioè di un erede la cui qualità, in mancanza di testamento, è riconosciuta direttamente dalla legge in quanto coniuge o discendente o ascendente del defunto, sarà sufficiente provare il grado di parentela.
  • se la sua qualità di erede è testamentaria, allora sarà necessario produrre il testamento.

Quando a colui che ha agito in giudizio il giudice riconosce la qualità di erede, il possessore dovrà restituirgli i beni ereditari.

Per quanto attiene il possesso dei beni ereditari sono possibili due situazioni.

Il possesso può essere in buona fede, nel senso che il possessore ritiene erroneamente di avere titolo per tenere i beni ereditari; l’errore deve essere scusabile e non dipendere da colpa grave. La buona fede inoltre, deve sussistere al momento in cui il possessore ha conseguito il possesso, non contando che, successivamente, si renda conto di non avere titolo per tenere i beni.

Il possesso è in mala fede se il possessore sa dall’inizio di non avere titolo per possedere.

La prescrizione dell’azione di petizione ereditaria 

L’art. 533, comma 2, c.c. stabilisce che l’azione di petizione dell’eredità è imprescrittibile, dunque, non cade in nessun caso in prescrizione. In altre parole, gli eredi hanno sempre la possibilità di agire in giudizio ex art. 533 c.c. salvi però gli effetti dell’intervenuta usucapione eccepibile dal convenuto sui singoli beni. 

Ciò significa, in altre parole, che se il convenuto protrarrà il proprio possesso sul bene per un arco temporale sufficiente a far maturare l’usucapione, ad esempio venti anni, potrà vittoriosamente opporre quest’ultima all’attore. 

2. Azioni a tutela dell’eredità: azione di riduzione

L’azione di riduzione è una particolare azione che trova una compiuta disciplina all’interno del Codice civile. Più precisamente, gli artt.  554 e ss. c.c. nonché l’art. 564 c.c. il quale dispone che il legittimario che non ha accettato l’eredità col beneficio d’inventario non può chiedere la riduzione delle donazioni e dei legati, salvo che le donazioni e i legati siano stati fatti a persone chiamate come coeredi, ancorché abbiano rinunziato all’eredità. 

Questa disposizione non si applica all’erede che ha accettato col beneficio d’inventario e che ne è decaduto. In ogni caso il legittimario, che domanda la riduzione di donazioni o di disposizioni testamentarie, deve imputare alla sua porzione legittima le donazioni e i legati a lui fatti, salvo che ne sia stato espressamente dispensato. Il legittimario che succede per rappresentazione deve anche imputare le donazioni e i legati fatti, senza espressa dispensa, al suo ascendente.

La dispensa non ha effetto a danno dei donatari anteriori. Ogni cosa, che, secondo le regole contenute nel capo II del titolo IV di questo libro, è esente da collazione, è pure esente da imputazione.

Dalla lettura delle norme sopra citate, è agevole stabilire che l’azione di riduzione è dunque una forma di tutela importante riconosciuta dal legislatore ai legittimari al fine di fargli ottenere giudizialmente la quota di legittima così come prevista dalla legge. 

Ovviamente detta azione è riservata esclusivamente ai c.d. legittimari nonché agli eredi e agli aventi causa dei legittimari. 

2.1. Le condizioni per poter esercitare l’azione di riduzione

Come anticipato, la legge prevede, ai sensi dell’art. 564 c.c. che per poter agire in riduzione il legittimario abbia accettato l’eredità con beneficio dell’inventario ai sensi dell’art. 484 e ss. c.c. 

Questo significa che se l’erede dovesse aver già accettato l’eredità in modo puro e semplice non potrebbe più agire in riduzione? La risposta è negativa. Il legittimario, infatti, non è tenuto ad accettare l’eredità con beneficio d’inventario qualora voglia agire in riduzione nei confronti di altre persone chiamate come coeredi, ancorché abbiano rinunziato all’eredità. 

In realtà l’accettazione beneficiata non è l’unica condizione imposta dalla legge per poter agire in riduzione delle disposizioni testamentarie o delle donazioni poste in essere dal de cuius quando era in vita. 

L’ulteriore condizione prevista dalla legge è l’imputazione ex se. In altre parole, il legittimario che domanda la riduzione di donazioni o di disposizioni testamentarie, deve necessariamente imputare alla sua porzione di legittima le donazioni ed i legati a lui fatti dal de cuius salvo che sia stato espressamente dispensato dallo stesso. 

Quand’anche ci fosse stata la dispensa da imputazione ex se, essa non potrebbe comunque avere effetto a danno dei donatari anteriori

Ciò significa, in altre parole, che il legittimario leso, prima di poter agire in giudizio e chiedere la riduzione delle disposizioni fatte dal de cuius deve imputare ciò che ha già ricevuto dallo stesso, sia a titolo di legato che di donazione. 

Ad esempio, se il legittimario leso dovesse aver ricevuto una donazione dal genitore, prima di poter agire, il valore di detto bene deve essere imputato alla quota che gli spetta per legge, ove la lesione perdurasse potrà agire in giudizio ed ottenere quanto gli spetta a titolo di legittima. 

2.2. La riduzione delle disposizioni testamentarie lesive 

Nel caso in cui il de cuius abbia redatto testamento e questo dovesse essere lesivo dei diritti di legittima dei legittimari troveranno applicazione gli artt. 554 e 558 c.c. In poche parole, il legittimario leso può agire in riduzione contro le disposizioni lesive. 

Le disposizioni testamentarie, sia che si tratti di disposizioni a titolo di erede che di legato, devono essere ridotte in modo proporzionale. Tuttavia, l’art. 558 c.c. stabilisce che è nella facoltà del de cuius privilegiare alcune disposizioni in danno di altre. 

2.3 La riduzione delle donazioni 

Così come le disposizioni testamentarie lesive possono essere impugnate con l’azione di riduzione, anche le donazioni lesive possono essere oggetto di riduzione. 

La legge in questo caso stabilisce però che le riduzioni possono essere ridotte a partire dall’ultima per poi passare a quelle anteriori. In questo modo il legislatore ha deciso di tutelare fino in fondo il principio della irrevocabilità delle donazioni. 

2.4. L’effetto dell’azione di riduzione

La dottrina ormai maggioritaria ritiene che l’azione di riduzione abbia come fine quello di ottenere un accertamento costitutivo. In altre parole, al giudice è demandato il compito di accertare l’esistenza della lesione di legittima del legittimario. 

Solo dopo aver accertato l’esistenza e l’entità della lesione potrà dichiarare inefficaci (parzialmente o totalmente) le disposizioni testamentarie o le donazioni poste in essere dal de cuius, reintegrando il legittimario nei diritti che gli spettano per legge. 

In realtà, occorre precisare che una volta ottenuta la sentenza che dichiara inefficace le disposizioni lesive fatte dal testatore il legittimario non otterrà un indennizzo pecuniario in senso stretto, sarà, invece, reintegrato nella comunione la quale dovrà essere divisa nei modi previsti dalla legge. 

Infatti, in seguito all’accoglimento della domanda, il legittimario vedrà incrementata la propria quota sulla massa ereditaria. Fatto ciò, il legittimario avrà il pieno diritto di domandare la divisione ereditaria e diventare così pieno ed esclusivo proprietario dei beni. 

2.5. I termini di prescrizione 

L’azione di riduzione si prescrive nel termine di prescrizione ordinario, ovvero, dieci anni decorrenti dalla data di apertura della successione in caso di donazione

Assai più complesso, invece, è comprendere da quando inizia a decorrere la prescrizione in caso di disposizioni testamentarie lesive. 

Secondo una parte della dottrina (ormai minoritaria) anche in questo caso il termine di prescrizione decennale dovrebbe decorrere dall’apertura della successione. Viceversa, secondo un altro orientamento dottrinale, il termine di prescrizione dovrebbe decorrere dalla pubblicazione del testamento. 

Infine, secondo l’orientamento oggi prevalente, sia in dottrina che in giurisprudenza, il termine di prescrizione per l’azione di riduzione contro le disposizioni testamentarie lesive della quota di legittima, decorre dalla data di accettazione dell’eredità. Tale orientamento è letteralmente consacrato nella storica sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 20644 del 2004. 

2.6. La rinunzia all’azione di riduzione 

L’azione di riduzione può essere oggetto di rinunzia da parte dei legittimari. Tuttavia, la legge fissa un termine ben preciso per poterlo fare. Più precisamente, è previsto che i legittimari non possano rinunziare a detta azione se non dopo la morte del donante/testatore

Infatti, qualora un legittimario dovesse rinunziare all’azione di riduzione prima dell’apertura della successione del soggetto che ha posto in essere la disposizione lesiva, si configurerebbe un patto successorio rinunziativo nullo ex art. 458 c.c. 

Viceversa, dopo la morte del donante, tale azione è liberamente rinunziabile da parte del legittimario. Anzi, spesso la rinunzia all’azione di riduzione rappresenta un ottimo metodo per garantire una migliore circolazione dei beni di provenienza donativa o successoria. 

3. Azione di restituzione 

Strettamente connessa all’azione di riduzione fino ad ora esaminata è l’azione di restituzione. In genere la suddetta azione viene suddivisa in due diverse azioni: 

  • Azione di restituzione in senso stretto: essa è esperita contro al donatario o al legatario beneficiati dalla disposizione lesiva. Si tratta, in altre parole, dell’azione disciplinata dall’art. 560 c.c. detta norma mira a bilanciare il diritto del legittimario a conseguire la sua quota in natura con la necessità di non arrecare un pregiudizio economico dalla divisione degli immobili oggetto di donazione o legato.
  • Azione di restituzione contro i terzi aventi causa dal donatario acquirente: si tratta dell’azione disciplinata dall’art. 563 c.c. il quale dispone che se i donatari contro i quali è stata pronunziata la riduzione hanno alienato a terzi gli immobili donati e non sono trascorsi venti anni dalla trascrizione della donazione, il legittimario, premessa l’escussione del beni del donatario, può chiedere ai successivi acquirenti, nel modo e nell’ordine in cui si potrebbe chiederla ai donatari medesimi, la restituzione degli immobili.

Con riferimento all’azione di restituzione in senso stretto, è doveroso sottolineare che l’art. 560 c.c. pare riconoscere ai legittimari il diritto di ricevere la propria quota in natura. Non a caso, la legge prevede che  la riduzione si opera mediante separazione della parte dell’immobile, il cui valore supera la disponibile.

Questa separazione è però subordinata alla circostanza che ciò possa avvenire comodamente.

Ciò significa che, per effetto della separazione, non deve rimanere diminuito il valore complessivo dell’immobile.

Quando la separazione non sia conveniente, si distingue l’ipotesi in cui il valore dell’immobile ecceda di oltre 1/4 quello della porzione disponibile, dall’ipotesi in cui tale eccedenza sia eguale o inferiore a 1/4.

Nel primo caso, l’immobile, commutato per l’onorato nel valore della porzione disponibile, è attribuito ai legittimari; nel secondo caso segue invece una commutazione parziale, nel limite massimo del quarto, della legittima in danaro.

Infatti, l’onorato può trattenere per intero l’immobile, corrispondendo il valore dell’eccedenza ai legittimari.

Sul punto la Cassazione (sentenza n. 360/1986) ha statuito che nel giudizio promosso dall’erede riservatario per la riduzione del legato o della donazione di immobile, a norma dell’art. 560 c.c., la restituzione dell’intero immobile può essere imposta al convenuto alla duplice condizione che non sia possibile separare senza pregiudizio una porzione di detto immobile, e che il medesimo convenuto abbia su di esso un’eccedenza superiore al quarto della disponibile.

3.1. Azione di restituzione è rinunciabile?

Quanto precisato per la rinunzia all’azione di riduzione vale anche per la rinunzia all’azione di restituzione. Anch’essa, infatti, è pacificamente rinunziabile dopo la morte del donante. Tuttavia, è molto discussa se essa possa essere oggetto di rinunzia da parte del legittimario prima che il donante muoia

Parte della dottrina, sottolineando che l’azione di restituzione sia ontologicamente diversa dall’azione di riduzione, sostiene che sia possibile per il legittimario rinunziare a detta azione anche se il donante è ancora in vita. Infatti, rinunziando a detta azione sarà pur sempre tutelato dall’azione di riduzione. Inoltre, il codice civile non stabilisce espressamente che detta azione sia irrinunziabile (come previsto per l’azione di riduzione). 

Viceversa, la dottrina che pare essere ancora oggi prevalente sostiene che detta azione non possa essere oggetto di rinunzia se non dopo la morte del donante. 

Secondo questa parte della dottrina l’azione di restituzione è strettamente connessa all’azione di riduzione. Quest’ultima, infatti, per poter operare al meglio, presuppone che il legittimario, una volta resa inefficace la disposizione, possa agire in restituzione di ciò che era stato donato dal donante. 

4. Azione di riduzione e di divisione

Secondo la Cassazione (sentenza n.9192/2017) l’azione di divisione ereditaria e quella di riduzione sono fra loro sostanzialmente diverse, perché la prima presuppone l’esistenza di una comunione tra gli aventi diritto all’eredità che, invece, non sussiste nella seconda, ove il de cuius ha esaurito il suo patrimonio in favore di alcuni di tali aventi diritto, con esclusione degli altri, mediante atti di donazione o disposizioni testamentarie.

Ne consegue che la domanda di riduzione, pur potendo essere proposta in via subordinata rispetto a quella di divisione, la quale ha, rispetto alla prima, carattere pregiudiziale, non è implicitamente inclusa in quest’ultima.

5. Assistenza e difesa legale per il tuo caso

Per terminare, come avrai potuto notare, non è affatto semplice difendersi da una lesione di legittima.

Nel caso in cui infatti il de cuius escluda dall’eredità un legittimario è importante capire quale sia la strada migliore da seguire per difendere e proteggere il proprio patrimonio.

Proprio per questo motivo, per una migliore e accurata consulenza in materia di difesa protezione del tuo patrimonio, ti consiglio di compilare il Modulo di contatto che trovi in questa pagina.

Un Professionista di ObiettivoProfitto.it saprà aiutarti nel migliore dei modi.

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