Divieto di patto commissorio: come funziona?

Cos’è il patto commissorio? Perché è un accordo vietato? Quali sono i profili di nullità? È nullo l’intero accordo?

Se ti stai ponendo le seguenti domande molto probabilmente ti trovi davanti a una proposta rientrante all’interno della fattispecie vietata che prende il nome di patto commissorio.

Per comprendere il suo funzionamento dobbiamo necessariamente partire da una sua definizione, per poi soffermarci sulla natura giuridica dell’istituto, come meglio vedremo di seguito.

Cos’è il patto commissorio?

Con la locuzione “patto commissorio” intendiamo quell’accordo tramite cui il creditore e il debitore stabiliscono che, in caso di inadempimento, la proprietà del bene dato in pegno o ipoteca si trasferisce in capo al creditore.

Al riguardo, l’art. 2744 del Codice Civile, prevedendo una nullità di tale atto, determina il suo divieto.

Ai sensi della citata norma, infatti, è nullo qualsiasi accordo con il quale le parti convengono, in caso di mancato pagamento entro i termini fissati, che il bene oggetto di pegno o ipoteca passi al creditore. Tale patto appare nullo anche se posteriore alla costituzione delle predette garanzie.

Divieto che, si ritrova nell’art. 1963 c.c., rubricato per l’appunto “divieto del patto commissorio”, ai sensi del quale il predetto accordo appare nullo anche nell’ipotesi in cui il creditore voglia appropriarsi dell’immobile oggetto di garanzia.

La natura giuridica del patto commissorio

Il patto commissorio ha una particolare natura giuridica.

Esso può qualificarsi come un negozio traslativo, subordinato alla condizione sospensiva dell’inadempienza contrattuale.

La sua efficacia si concretizza con il trasferimento del diritto di proprietà del bene impegnato o ipotecato, in capo al creditore nel momento in cui il debitore appaia inadempiente.

Parliamo quindi un accordo di alienazione condizionata all’inadempimento contrattuale, la quale, per l’appunto risulta oggetto di divieto.

Tale istituto non deve confondersi con le alienazioni in garanzia immediatamente efficaci, le quali, secondo la giurisprudenza e una parte della dottrina, appaiono valide.

Su cosa si fonda il divieto del patto commissorio?

Atteso cosa intendiamo per patto commissorio e quale sia il fondamento del suo divieto normativo, possiamo soffermarci sulle diverse teorie volte a comprenderne il fondamento.

Al riguardo, parte della dottrina ritiene che tale divieto sia fondato sulla tutela del debitore in stato di bisogno.

Infatti, sulla falsariga di quanto previsto ad esempio per l’usura, le ragioni del divieto devono ricondursi a una tutela degli interessi del soggetto debitore, eventualmente pregiudicabili da uno stato di bisogno iniziale, dal quale il creditore potrebbe trarne un ingiusto vantaggio.

Una seconda linea di pensiero vede il divieto del patto commissorio fondarsi su una tutela dei diritti di prelazione, evitando che un soggetto creditore possa aggredire un bene incidente sulla sfera di un soggetto terzo (titolare del diritto di prelazione).

A questa possiamo altresì affiancare una tesi prevalentemente pubblicistica, secondo cui il predetto divieto deve riferirsi a una tutela del principio di ordine pubblico economico, evitando alterazioni alle forme ordinarie di soddisfacimento del credito.

Il patto commissorio e la vendita in garanzia

Il patto commissorio può inquadrarsi anche come una forma di alienazione in garanzia, potendo accedere a un contratto tipico di garanzia reale e, contestualmente, interessando anche un accordo stipulato autonomamente.

Una condotta che, per l’appunto, apparirebbe vietata nel momento in cui la predetta garanzia (e l’annesso effetto di cessione del bene) risultasse sospensivamente condizionata all’inadempimento del debitore.

Al riguardo, la giurisprudenza si è dovuta soffermare sulla distinzione tra la configurazione di un patto commissorio autonomo, il quale, senza alcun collegamento con una garanzia tipica, prevede il trasferimento della proprietà condizionato dall’inadempimento del debitore, e l’alienazione a scopo di garanzia.

Ciò al fine di poter verificare, di caso in caso, se le predette operazioni possano qualificarsi come lecite o rientrino nelle ipotesi illecite in quanto dissimulanti un patto commissorio.

Differenze con la vendita a scopo di garanzia

Possiamo a questo punto soffermarci sulla differenza tra i due istituti.

Al riguardo, l’elemento distintivo può ricondursi al momento del trasferimento della proprietà del bene, il quale:

  • in caso di patto commissorio, appare sospensivamente condizionato all’inadempimento entro il termine prefissato;
  • nell’alienazione a scopo di garanzia, risulta immediato e, nell’ipotesi di un accordo di retrovendita o riscatto, risolutivamente subordinato al pagamento del debito.

Detto ciò, però, in riferimento alla retrovendita, recente giurisprudenza ha affermato che l’alienazione con tale tipologia di accordo deve considerarsi nulla, anche nell’ipotesi in cui sia previsto l’effettivo trasferimento del bene, se stipulata per una causa di garanzia piuttosto che di scambio, quando la stessa integra l’applicabilità dell’art. 1344 del Codice.

Precisamente, nell’ipotesi di esecuzione di un mutuo, il versamento del denaro da parte dell’acquirente non costituisce pagamento del prezzo, motivo per cui il trasferimento del bene ha il solo scopo di costituire una posizione di garanzia, la quale potrebbe evolversi in caso di inadempimento o meno del debitore.

Tale ipotesi appare caratterizzata dalla sussistenza di una causa di garanzia propria del mutuo con accordo di riscatto (piuttosto, ad esempio, di una causa di scambio, tipica della vendita), motivo per cui, anche se non rientrante direttamente all’interno del patto commissorio, la stessa potrebbe integrare la fattispecie illecita di un contratto in frode alla legge.

La nullità del patto commissorio sull’accordo di garanzia

La nullità del patto commissorio, secondo parte della dottrina, può determinare la nullità del contratto di garanzia, nel caso in cui dovesse risultare che i contraenti non lo avrebbero concluso senza la predetta clausola vietata dall’ordimento.

Una tesi che vede incentrarsi prevalentemente sull’applicazione dell’art. 1419, comma 1, c.c., secondo la quale la nullità di singole clausole può determinare la nullità dell’intero rapporto contrattuale ove il contenuto della parte oggetto di nullità determina l’effettivo interesse per i contraenti, tale da non concluderlo in sua assenza. 

D’altra parte, invece, secondo una seconda corrente di pensiero, incentrata sul comma 2 della medesima norma, la nullità totale del contratto verrebbe a evitarsi, per mezzo di una sostituzione automatica del patto commissorio (ossia della clausola nulla).

Precisamente la predetta norma prevede che in caso di clausola nulla la stessa venga sostituita da norma imperativa, al fine di garantire un rispetto del principio di conservazione del contratto (in questo caso operando ex lege).

La nullità riguarda la clausola commissoria o l’intero contratto?

Giungiamo così a un importante quesito, relativo proprio alla sfera di applicazione della nullità del patto commissorio.

Partendo proprio da quanto sopra detto, possiamo dire fin da ora che, in linea di principio, la nullità del patto commissorio si limita alla clausola vietata e non si estende all’intero contratto, salvo l’eventuale ipotesi di cui all’art. 1419, comma 1, c.c..

Infatti, come già anticipato pocanzi, ai sensi dell’art. 1419, comma 1, c.c. il legislatore ha previsto che le singole clausole contrattuali soggette a nullità determinino un’estensione all’intero contratto solo se lo stesso non verrebbe a concludersi dai contraenti in assenza della parte vietata.

Appare quindi fondamentale valutare se la predetta clausola vada a incidere nel contenuto del contratto al punto da non potersi applicare la sola nullità della stessa.

Al riguardo, dobbiamo tenere presente che la predetta norma determina un’applicazione del principio di conservazione del contratto per mezzo dell’operato delle parti sulla base della loro volontà.

Sull’argomento la Suprema Corte (Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2314 del 5 febbraio 2016) ha precisato che la nullità di singole clausole contrattuali, o di parti di esse, si può estende all’intero contratto quando il soggetto interessato dimostri che:

  • la porzione colpita da invalidità non ha un’esistenza autonoma;
  • non persegue un risultato distinti;
  • è correlata, in modo imprescindibile con il resto;
  • i contraenti non avrebbero concluso il contratto senza quella parte del contenuto oggetto di nullità.

La nullità parziale legale

A ciò, però, dobbiamo affiancare la seconda ipotesi prevista dal legislatore, ossia la sostituzione di diritto delle clausole nulle con norme imperative.

In questo caso ci troveremo davanti a una conservazione dell’efficacia residua del contratto, indipendentemente dalle considerazioni ipotetiche delle parti e della loro volontà.

Stiamo parlando dell’ipotesi di nullità parziale legale, la quale, derogando il principio della libertà negoziale delle parti, attua un intervento autoritario della norma nei confronti dell’efficacia negoziale.

Pertanto, nell’ipotesi di nullità parziale legale, il legislatore ha voluto prevedere che la legge stessa possa attribuire al negozio una minore efficacia rispetto a quella voluta.

Il patto commissorio e il patto di riscatto

Prima abbiamo parlato del rapporto tra il patto commissorio e la vendita in garanzia, precisando come in essa, il momento di trasferimento della proprietà appare risolutivamente subordinato al pagamento del devito in caso di accordo di retrovendita.

Al riguardo, dobbiamo prendere in considerazione una recente pronuncia della Cassazione Civile (Sez. I, ordinanza n. 4514 del 26 febbraio 2018) con la quale è inquadrata la sussistenza del patto commissorio.

Precisamente, anche se la vendita con patto di riscatto o di retrovendita non integra le ipotesi di patto commissorio, essa può comunque configurarsi quale mezzo di elusione del predetto accordo vietato.

Ciò può verificarsi, infatti, ogni qualvolta il versamento del prezzo da parte del compratore non si configuri quale corrispettivo dovuto per l’acquisto della proprietà, bensì come erogazione di un mutuo, rispetto al quale il trasferimento del bene si presenta quale posizione di garanzia provvisoria, suscettibile di un’evoluzione condizionata all’adempimento o meno del debitore.

In conclusione, possiamo dire che l’ordinamento ha previsto il divieto di tale accordo nelle sue diverse sfaccettature, offrendo gli strumenti per tutelare il resto del contratto quando possibile.

Detto ciò, ti consiglio comunque di approfondire tutti gli aspetti di cui hai appena letto insieme ad un professionista, con il quale puoi avere un contatto senza impegno attraverso il Modulo che trovi in questa pagina.

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