Come proteggere l’eredità dai creditori e come proteggersi dai debiti dell’eredità

Una delle più grandi preoccupazioni di chi si ritrova ad essere chiamato ad accettare un’eredità sono i debiti di cui quest’ultima potrebbe essere gravata. Chi accetta l’eredità, infatti, salvo l’ipotesi dell’accettazione con beneficio di inventario che sarà disaminata in prosieguo, accetta non solo i beni ed i crediti che sono presenti nel patrimonio del de cuius (o defunto) ma anche i debiti e le passività. In poche parole, l’erede, una volta accettata l’eredità, è tenuto a pagare i debiti di cui è gravata l’eredità stessa.

Pertanto, potrebbe sorgere spontanea la domanda: come posso tutelare il mio patrimonio in caso di eredità con debiti? Prima di dare una risposta al quesito è necessario precisare che proteggere l’eredità significa prestare attenzione su due fronti: difendersi dai creditori del de cuius prima di accettare l’eredità e difendere il compendio ereditario una volta ricevuto.

Nel primo caso, vi è un modo abbastanza semplice per tutelarsi da eventuali eredità passive ovvero la rinunzia all’eredità. 

La rinuncia all’eredità è espressamente disciplinata all’interno del nostro Codice Civile ai sensi dell’art. 519 c.c. ed è un atto mediante il quale il soggetto chiamato all’eredità può decidere di non accettare ciò che, per legge o per testamento, gli è devoluto. In genere si tratta di un atto che lo stesso Notaio (o gli avvocati specializzati nel diritto successorio) consiglia al chiamato in caso di eredità carica di passività. 

In caso di rinunzia il chiamato si considera come se non fosse mai stato chiamato ad accettare l’eredità. Ciò significa, in parole povere, che eventuali creditori del de cuius non potranno in alcun modo attaccare il patrimonio del chiamato che ha espressamente rinunciato all’eredità. 

Ovviamente si tratta di una soluzione “drastica” poiché il chiamato rinuncia a tutto, anche ad eventuali crediti o beni ricompresi nel patrimonio del de cuius. Nel nostro ordinamento, infatti, non esiste una accettazione “parziale” (ad esempio acquistando solo determinati beni ricompresi nell’eredità). Una soluzione meno drastica rispetto alla rinuncia potrebbe essere la c.d. accettazione beneficiata, la quale, tra l’altro, per determinate categorie di soggetti è addirittura obbligatoria (si pensi ai minori, alle persone interdetteemancipateinabilitate o alle persone giuridiche). 

1. Proteggere l’eredità prima di accettarla: la rinuncia

Il chiamato all’eredità, che abbia ad essa rinunciato, non risponde dei debiti del “de cuius”, in quanto la rinuncia ha effetto retroattivo ai sensi dell’art. 521 c.c., senza che, in ragione di ciò, assuma rilevanza l’omessa impugnazione dell’avviso di accertamento notificato al medesimo dopo l’apertura della successione (sentenza Cassazione, n.13639/2018).

La rinunzia all’eredità consiste in una dichiarazione, ricevuta da un Notaio o dal cancelliere del Tribunale del circondario in cui si è aperta la successione e da inserirsi nel registro delle successioni.

Ciò significa, in parole povere, che la dichiarazione di rinuncia all’eredità non è un atto a “forma libera” poiché per avere effetto deve necessariamente rivestire la forma prevista dalla legge. In considerazione del fatto che con la denuncia il soggetto non acquista il patrimonio devoluto, il legislatore ha preteso che tale dichiarazione debba essere effettuata dinanzi a Pubblico Ufficiale a fine di sottolineare l’importanza dell’atto stesso. 

Con questa, l’erede manifesta la volontà di non subentrare al defunto nei suoi diritti e rapporti, indipendentemente dalla sussistenza o meno di un testamento.

La rinunzia dell’eredità, infatti, può essere effettuata sia nel caso di successione testamentaria (ovvero successione regolamentata da una scheda testamentaria redatta dal testatore) sia in caso di successione legittima (ovvero successione regolata interamente dalla legge a causa della mancanza di un testamento). 

Può rinunciare al patrimonio ereditario, per evitare di dover soddisfare con i propri beni i possibili creditori del defunto o propri.

In tal caso la rinuncia potrebbe sottintendere accordi con gli altri eredi, finalizzati ad eludere le ragioni creditorie e proteggere magari l’integrità di un bene familiare.

Più propriamente essa deve essere libera dall’apposizione di qualsiasi termine o condizione. La rinunzia all’eredità, infatti, è comunemente definito come “actus legitimi” ovvero negozio che non tollera l’apposizione di eventuali elementi accidentali (si pensi alla condizione, termine etc). 

Ancora, la rinuncia all’eredità ha caratteristiche precise, come anticipato non può in alcun modo essere “parziale” e non può che essere gratuita. In caso di rinunzia all’eredità dietro il corrispettivo di un prezzo (ovvero rinunzia posta in essere al fine di ricevere un compenso) in realtà il rinunziante non rinuncia ad alcunché perché implicitamente sta accettando l’eredità ai sensi dell’art. 478 c.c. 

In questo caso, infatti, il soggetto che rinuncia lo fa solo “a parole” ma in realtà l’atto che pone in essere presuppone la volontà di accettare l’eredità. Ed è proprio per questo che il legislatore ha previsto che in caso di rinuncia ai diritti di successione fatta verso corrispettivo (o a titolo gratuito ma solo a favore di alcuni dei chiamati e non di tutti) importa accettazione dell’eredità

Dunque la rinunzia è un negozio giuridico non recettizio, da compiersi, a pena di nullità, secondo le forme richieste dalla legge.

Le conseguenze di una rinuncia invalida ripristinano la qualifica di chiamato per il rinunciante fino ad eventuale sua accettazione tacita o espressa.

Un altro aspetto da prendere in considerazione è quello temporale. La rinunzia all’eredità non può essere fatta dal soggetto interessato in qualsiasi momento. La rinuncia, infatti, può avvenire solo nel momento in cui al chiamato viene offerta l’eredità. 

Ove venisse fatta prima, infatti, la rinuncia non solo non avrebbe alcun senso da un punto di vista giuridico (non ha senso infatti rinunciare a qualcosa che non si ha) ma sarebbe addirittura nulla. La rinuncia all’eredità fatta prima dell’apertura della successione del de cuius, infatti, configurerebbe un patto successorio rinunziativo nullo ai sensi dell’art. 458 c.c. 

1.1. Perfezione dell’atto di rinuncia per proteggere l’eredità

L’atto di rinunzia è dunque perfezionato nel momento in cui viene formalizzata la relativa dichiarazione davanti al Notaio o al cancelliere dell’ufficio della volontaria giurisdizione del tribunale competente.

La sua mancata iscrizione nel registro delle successioni determina solo la non opponibilità ai terzi.

Qualsiasi atto a titolo oneroso o gratuito (una vendita, una cessione, una donazione), effettuato dal chiamato all’eredità a favore degli altri chiamati, presuppone l’accettazione della stessa.

Difatti, se la rinuncia è effettuata dietro un corrispettivo da parte di un altro chiamato o anche di un terzo, la rinunzia produce l’effetto contrario, equivalendo ad accettazione. Questo perché nel diritto successorio, di fronte all’opzione “accetto” o “rinuncio”, cedere un bene di cui ancora non si è titolari, ne presuppone l’avvenuta acquisizione.

Com’è noto, il chiamato può scegliere se accettare o rinunciare all’eredità entro l’ampio lasso di tempo di dieci anni.

Chiunque vi abbia interesse può chiedere al Tribunale del luogo di apertura della successione la fissazione di un termine entro il quale debba essere manifestata una volontà nell’uno o nell’altro senso.

Trascorso il termine fissato, il chiamato che comunque non si è espresso, perde irreversibilmente ogni diritto di accettare o rinunciare e in particolare nel caso di rinuncia non espressa diventa erede a tutti gli effetti.

1.2. La Giurisprudenza

La rinuncia all’eredità (sentenza Cassazione, n. 6275/2017), posta in essere dopo la scadenza del termine di cui all’art. 485 c.c. dal chiamato all’eredità che si trovi nel possesso dei beni ereditari, non è in alcun caso configurabile come rinuncia ad effetti traslativi.

Dopo la scadenza del termine per l’effettuazione dell’inventario, il chiamato all’eredità è considerato erede puro e semplice, con la conseguente inefficacia della rinuncia.

Pertanto, nel giudizio promosso o proseguito nei confronti dell’erede del de cuius debitore, in possesso dei beni ereditari, che abbia eccepito l’avvenuta rinuncia all’eredità, il creditore non deve proporre alcuna domanda volta all’accertamento dell’inefficacia di detta rinuncia.

2. Proteggere l’eredità: gli effetti della rinunzia 

Per l’effetto retroattivo della dichiarazione di rinunzia, risalente al momento di apertura della successione, il suo autore è considerato come se non fosse mai stato chiamato all’eredità.

Ciò, tuttavia, gli consente di ritenere quanto eventualmente ricevuto in donazione e, se è stato disposto a suo favore un legato, può domandarne l’assegnazione sino alla concorrenza della porzione disponibile.

Vi è da aggiungere che il coniuge superstite del defunto, oltre ad avere diritto alla pensione di reversibilità o a rendite derivanti da polizze vita dallo stesso stipulate quando era in vita, mantiene il diritto di abitazione o uso della casa familiare, nonostante l’eventuale rinuncia all’eredità.

Infine, pur in presenza dei caratteri di retroattività della rinuncia, rimangono efficaci gli atti di conservazione e amministrazione dei beni compiuti dal chiamato prima della rinuncia.

Rimane incluso il rimborso per le spese sostenute da parte di chi ha accettato l’eredità.

L’atto di rinuncia è revocabile se l’eredità non è stata nel frattempo acquisita da altri dei soggetti chiamati, fatti salvi i diritti dei terzi.

Allo stesso modo i chiamati all’eredità che hanno sottratto o nascosto beni spettanti all’eredità stessa, decadono dalla facoltà di rinunziarvi e si considerano eredi puri e semplici, sussistendo nel caso l’accettazione legale o presunta dei beni.

2.1. La devoluzione dell’eredità non accettata

In merito occorre distinguere tra successioni legittime e successioni testamentarie.

Un altro effetto della rinunzia è nelle successioni legittime il conseguente accrescimento delle singole parti spettanti a coloro che avrebbero con lui concorso in caso di accettazione (coeredi legittimi).

Rimane salva l’eventuale applicazione del diritto di rappresentazione e la devoluzione agli ascendenti ulteriori, nel caso di concorso tra genitori o ascendenti e fratelli o sorelle, se entrambi i genitori non possono o non vogliono succedere.

L’accettazione dell’eredità effettuata dal coerede determina in via automatica l’accettazione anche della quota pervenutagli per accrescimento. Naturalmente se il rinunziante è l’unico chiamato, l’eredità si devolve a coloro ai quali spetterebbe nel caso egli mancasse.

2.1.1. Successioni legittime

Riassumendo e dovendo distinguere tra successioni legittime e testamentarie, per le prime funzionerà in questo modo:

Nel caso in cui gli eredi dovessero essere più di uno, la rinunzia fatta da uno determina l’accrescimento (in senso atecnico) delle quote degli altri eredi. Ovvero, le quote degli altri eredi si “espandono” ricomprendendo anche la parte che sarebbe spettata al soggetto rinunciate.

Nel caso in cui, viceversa, il soggetto rinunciante dovesse essere l’unico chiamato, occorre distinguere:  

  • se vi sono discendenti, essi potranno accettare la quota rinunciata dal proprio ascendente per rappresentazione;
  • se non vi sono discendenti, la quota rinunciata si devolve agli ascendenti;
  • in assenza di discendenti e ascendenti la devoluzione interesserà gli altri coeredi (se vi sono).

La mancanza di parenti in linea retta e coeredi comporta una devoluzione a favore di coloro ai quali spetterebbe come se quel chiamato non ci fosse.

2.1.2. Successioni testamentarie

Nelle successioni testamentarie, se non è stata disposta una sostituzione e non può avere luogo la rappresentazione, la parte del rinunziante si accresce ai coeredi in chiamata solidale.

Nel caso in cui nessuno dei meccanismi sopra richiamati non dovessero operare, la quota del soggetto rinunciante si devolverà agli eredi legittimi. 

Pertanto, in caso di rinuncia all’eredità in caso di successione testamentaria:

  • può operare la sostituzione, se disposta dal testatore in previsione della rinuncia dell’erede;
  • si considera la rappresentazione se vi sono i presupposti;
  • può operare l’accrescimento tra coeredi, se istituiti con uno stesso testamento nell’universalità di beni, per cui la parte del rinunciante si accresce agli altri;
  • infine, può operare la devoluzione agli eredi legittimi. Si attua in sostanza prima la sostituzione, se è stato indicato dal testatore un sostituto, la rappresentazione, infine l’accrescimento o la successione legittima.

3. Accettazione eredità con beneficio d’inventario 

Come anticipato, un altro metodo per potersi tutelare dalle eventuali passività ricomprese nel patrimonio del de cuius è accettare l’eredità con il beneficio dell’inventario ai sensi dell’art. 484 e ss. del c.c.

In poche parole, mediante l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario, il chiamato esprime la sua volontà di accettare l’eredità e si riserva la possibilità di sottrarre il proprio patrimonio dalla responsabilità per i debiti ereditari.

Pertanto, se li patrimonio del de cuius è composto sia da attività che da passività, l’accettazione beneficiata dell’eredità potrebbe essere una valida alternativa alla rinuncia dell’eredità. 

3.1. Come funziona l’accettazione beneficiata 

Fatte le debite premesse, occorre ora capire come funziona realmente l’accettazione beneficiata dell’eredità. In primis è necessario fare una dichiarazione scritta, nella forma dell’atto pubblico, con la quale il chiamato esprime la volontà di accettare l’eredità con beneficio d’inventario. Tale dichiarazione può essere resa dinanzi al Notaio o dinanzi al Cancelliere del tribunale del territorio dove si è ormai aperta la successione. 

Nel caso in cui la dichiarazione di accettazione non dovesse rivestire la forma sopra descritta sarebbe nulla, conseguentemente sarà convertita automaticamente in accettazione semplice.

Fatta la dichiarazione di accettazione beneficiata, quest’ultima dovrà essere annotata presso il registro elle successioni ivi conservato. Più precisamente, l’iscrizione in questione è fatta d’ufficio se la dichiarazione viene resa dinanzi al cancelliere, o a seguito della richiesta dell’interessato (o dal Notaio) se redatta dal Notaio.

La dichiarazione di accettazione deve essere successivamente trascritta, a cura del cancelliere, presso i registri immobiliari del luogo in cui si è aperta la successione. Tale trascrizione deve avvenire a prescindere dal fatto che nel compendio ereditario ci siano o meno beni immobili ed ha come scopo quello di rendere edotti i creditori ed i legatari il beneficio dell’inventario.

L’ultima fase, forse quella più complessa, dell’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario, è la redazione dell’inventario. Ai sensi dell’art. 484, comma 4, c.c. l’inventario può essere effettuato sia prima che dopo la dichiarazione di accettazione di accettazione. Ad ogni modo, in entrambi i casi deve essere annotata nel registro a cura del pubblico ufficiale la data di formazione dell’inventario. 

Chi può e chi deve accettare l’eredità con il beneficio di inventario

In linea di massima ogni chiamato ha la facoltà di accettare l’eredità con beneficio di inventario e nessun limite può essere imposto dal testatore. Ciò significa, in poche parole, che il testatore non potrebbe imporre al chiamato di accettare l’eredità in modo puro o semplice (o con accettazione beneficiata). 

Tuttavia, come anticipato sopra, ci sono dei casi in cui la legge prevede un obbligo di accettazione dell’eredità con beneficio di inventario. Si tratta dei soggetti incapaci, delle persone giuridiche, delle associazioni e degli enti non riconosciuti ai sensi degli art. 471, 472 e 473 c.c. 

Può verificarsi tuttavia l’ipotesi particolare dell’erede che si trova già, al momento della morte del de cuius, nel possesso dei beni ereditari.

In questo caso, la previsione di un termine lungo o di un termine fissato dall’autorità giudiziaria per rinunciare all’eredità appare sicuramente inadeguata.

Si richiama in proposito l’art. 485 c.c.

Il chiamato all’eredità, a qualsiasi titolo in possesso dei beni ereditari, deve fare l’inventario entro tre mesi dal giorno di apertura della successione o dalla notizia della devoluta eredità.

Ciò significa, in parole povere, che se il chiamato che è nel possesso (a qualsiasi titolo) di un qualsiasi bene facente parte dell’eredità non dovesse redigere l’inventario nei modi e nel termine previsto dalla legge, sarà considerato erede puro e semplice. 

Ovvero, accetterà l’eredità senza beneficio d’inventario, con tutte le conseguenze previste dalla legge. 

Salvo gravi circostanze, tale proroga non può eccedere altri tre mesi, trascorsi i quali senza che l’inventario sia stato ultimato, il chiamato all’eredità diventa erede puro e semplice.

Allo stesso modo erede puro e semplice diventa il chiamato all’eredità che ha compiuto l’inventario nei termini concessi o di legge, ma nei quaranta giorni successivi non ha manifestato alcuna volontà, né diretta ad accettare, né diretta a rinunciare.

3.2. Chiamato non in possesso dei beni ereditari 

Per il caso in cui il chiamato non sia nel possesso dei beni, occorre fare riferimento all’art. 487 c.c. La norma citata dispone che il chiamato che non si trova nel possesso dei beni facenti parte del patrimonio ereditario può accettare l’eredità con beneficio d’inventario (o in modo puro e semplice) fino a che il diritto di accettazione non cada in prescrizione (ovvero per dieci anni dall’apertura della successione, testamentaria o legittima).

Il termine concesso dal legislatore per poter redigere l’inventario per il chiamato che non si trovi nel possesso dei beni ereditari, è il medesimo di quello previsto per il chiamato in possesso dei beni. Tuttavia, per il chiamato non possessore dei beni il termine inizia a decorrere dal momento in cui il chiamato ha dichiarato di accettare l’eredità (salvo la proroga ex art. 485 c.c.). Se non procede a redigere l’inventario nei tre mesi di tempo, il chiamato diventa erede puro e semplice. 

L’ultimo comma della norma sopra richiamata è estremamente interessante. Infatti, il legislatore ha deciso che, nel caso in cui il chiamato abbia redatto l’inventario prima di aver dichiarato di voler accettare l’eredità con beneficio d’inventario, e non abbia dichiarato di voler accettare l’eredità con beneficio nei successivi quaranta giorni, il chiamato decada dalla possibilità di accettare l’eredità, anche in modo puro e semplice. 

3.3. Actio interrogatoria

Visto che, come anticipato, il chiamato non possessore dei beni ereditari ha la possibilità di accettare l’eredità entro dieci anni dall’apertura della successione, il legislatore ha introdotto un particolare istituto al fine di tutelare eventuali soggetti interessati alla successione.

Nei confronti del chiamato non possessore, infatti, è possibile esperire la c.d. “actio interrogatoria” ex art. 481 c.c. In estrema sintesi, il chiamato deve accettare l’eredità entro il termine fissato dal giudice altrimenti perde il diritto di accettare l’eredità. 

3.4. L’effetto principale derivante dall’accettazione beneficiata 

L’effetto più importante derivante dalla accettazione dell’eredità con beneficio di inventario è la separazione del patrimonio dell’erede da quello del de cuius. In parole semplici, grazie all’accettazione beneficiate è possibile evitare che il patrimonio dell’erede possa confondersi con il patrimonio ricevuto in successione. 

L’erede, dunque, può vantare un vero e proprio beneficio ovvero la limitazione della propria responsabilità patrimoniale per i debiti ricompresi nel patrimonio del de cuius. L’erede diviene titolare di due patrimoni distinti, il suo, e quello acquistato con la successione (il quale è destinato al soddisfacimento della pretesa creditoria). 

I due patrimoni risultano essere “separati”. Infatti, il patrimonio personale dell’erede non può essere aggredito dai creditori ereditari al massimo dai creditori personali. Viceversa, il patrimonio ereditario potrà essere aggredito sia dai creditori personali che dai creditori ereditari, con preferenza di questi ultimi. 

3.5. Il divieto di ipoteca giudiziale 

Un altro effetto derivante dall’accettazione dell’eredità beneficiato previsto dalla legge è il divieto dell’ipoteca giudiziale sui beni ereditari. Ai sensi dell’art. 2830 c.c. i creditori ed i legatari non possono iscrivere ipoteche giudiziali sui beni ereditari sulla base di sentenze favorevoli emanate nei loro confronti. 

Sul punto, sia la dottrina che la giurisprudenza prevalenti convengono che l’ipoteca giudiziale iscritta sui beni ereditari prima dell’accettazione beneficiata perda efficacia qualora l’accettazione con beneficio d’inventario venga disposta successivamente

4. Proteggere il proprio patrimonio 

Come accennato, proteggere l’eredità significa anche difendere il proprio patrimonio una volta accettato il compendio ereditario.

Prima di analizzare gli strumenti giuridici che possono tornare utili, nei limiti di legge, è bene precisare che una volta accettata l’eredità senza il beneficio dell’inventario, il patrimonio dell’accettante si unisce a quello devoluto, creandosi così un unico patrimonio. Ciò significa che, tecnicamente, i creditori del de cuius diventano creditori dell’erede che ha accettato l’eredità, questo perché sul piano tecnico giuridico l’erede e il de cuius sono la medesima persona. L’erede, infatti, subentra in qualsiasi rapporto giuridico facente capo al de cuius (non a caso si parla di successione universale). 

Per quanto concerne gli strumenti concretamente utilizzabili al fine di tutelare il proprio patrimonio dopo la successione da eventuali pretese dei creditori della massa ereditaria, è possibile richiamare tutti quegli strumenti utilizzati al fine di difendere il proprio patrimonio immobiliare, quale la costituzione di un fondo patrimoniale, il trust, il vincolo di destinazione, etc. 

Ovviamente tali strumenti possono avere effetto solo nel caso in cui la pretesa del creditore non sia stata trascritta anteriormente alla trascrizione del fondo patrimoniale, del trust o del vincolo di destinazione. 

Infatti, se da un lato, il legislatore ha previsto strumenti finalizzati a garantire la tutela del patrimonio del debitore, dall’altro, ha previsto anche alcuni strumenti finalizzati a tutelare il creditore che non può vedersi lesa la propria pretesa creditoria senza possibilità di tutelarsi. Si pensi, ad esempio, all’azione revocatoria, al meccanismo della trascrizione dei vincoli patrimoniali, all’azione ex art. 2929 bis c.c. ecc.  

In via contenziosa, invece, ovvero dinanzi al giudice, si può contestare il pignoramento attraverso gli strumenti dell’opposizione all’esecuzione agli atti esecutivi.

Indubbiamente, si tratta di strade molto lunghe e difficili che richiedono di sopportare costi notevoli.

Sono noti, infatti, i tempi biblici dei processi e della giustizia civile, il che spesso spinge verso forme di risoluzioni alternative delle controversie. 

Il consiglio migliore, prima di concludere, è sicuramente quello di studiare attentamente la soluzione ottimale e agire in via preventiva senza correre il rischio di trovarsi con le mani legate e l’eredità in fumo.

4.1. Vincolo di destinazione

Con la Legge del 23 febbraio 2019, n. 51, è stato introdotto nel corpo del codice civile l’art. 2645 ter c.c., il quale testualmente recita: ” Gli atti in forma pubblica con cui beni immobili o beni mobili iscritti in pubblici registri sono destinati, per un periodo non superiore a novanta anni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela (…) possono essere trascritti al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione”. 

La norma apparentemente disciplina la trascrizione di atti aventi ad oggetto immobili e mobili registrati. Invero, essa ha introdotto nel nostro ordinamento la figura del vincolo di destinazione, efficace strumento di tutela del patrimonio dall’aggressione dei creditori.

4.1.1. Cosa è un vincolo di destinazione?

Per quanto la norma di cui all’art. 2645 ter c.c. sembri disciplinare aspetti prettamente pubblicistici, è ormai pacifico che esso abbia carattere anche sostanziale. Le riforme, infatti, ha inteso introdurre un istituto, in uso nella prassi, ma privo, fino ad allora, di fondamento normativo.

L’atto di destinazione del patrimonio è espressione dell’autonomia negoziale, che si adopera al fine di costituire un rapporto di natura patrimoniale. Maggiori incertezze, invero, sussistono sulla natura unilaterale o contrattuale del negozio, che sembrerebbe, infatti, perfezionarsi con l’accettazione del beneficiario dell’atto stesso.

A prescindere dalla natura unilaterale o bilaterale, tale negozio può essere sia oneroso che gratuito. Esso muta la propria veste in considerazione degli interessi che intende perseguire, difatti è considerato in genere un negozio a causa variabile. Tuttavia, il più delle volte, si qualifica come atto a titolo gratuito.

Come suddetto, il destinatario del beneficio realizzato con il negozio può esprimere il proprio dissenso rifiutando il prodursi degli effetti nei suoi confronti. Il negozio potrebbe anche essere risolto tramite mutuo consenso.

La durata massima del vincolo è di novanta anni, o comunque per un periodo non superiore alla durata della vita del beneficiario.

4.1.2. L’effetto di destinazione

La tutela del patrimonio personale, nel caso degli atti di destinazione, passa attraverso l’effetto di segregazione patrimoniale, prodotto dalla destinazione. I beni oggetto di destinazione costituiscono una massa separata dal resto del patrimonio del beneficiario. Ciò implica che i creditori di quest’ultimo non possono rivalersi su tali beni. Essi potranno essere oggetto di aggressione solo da parte di quei creditori il cui diritto sia collegato alla realizzazione della finalità di destinazione.

Proprio a causa del peculiare effetto che l’atto di destinazione produce, il legislatore ha subordinato la costituzione alla tutela di interessi meritevoli. Il concetto di meritevolezza, che, ivi, viene in evidenza, è di certo più stringente del giudizio di cui all’art. 1322 c.c., sebbene predetta norma sia espressamente richiamata dall’art. 2645 bis c.c..

E’ possibile, infatti, individuare una serie di ambiti che integrano certamente la meritevolezza. Si tratta di ogni settore inciso da interessi di rilievo costituzionale, ad esempio la tutela dei disabili o la crisi coniugale. Maggiormente incerto è il ricorso a tali atti al fine di tutelare l’impresa, sebbene non di rado si ricorre a figura similari che producono effetti di segregazione.

Un altro aspetto da considerare è cosa succede nel caso in cui il bene oggetto del vincolo di destinazione vengano alienati. Nel contesto dottrinale, infatti, ci si è chiesti se in questo caso il bene acquistato con il ricavato della vendita del bene oggetto del vincolo di destinazione entri oppure no nella “massa separata” nata con l’atto di destinazione. La risposta in dottrina ed in giurisprudenza sembra essere positiva. Ciò significa, in parole povere, che nel caso in cui si volesse alienare il bene che è oggetto del vincolo di destinazione, ciò che l’alienante acquista per l’effetto dell’alienazione (ad esempio un altro bene), quest’ultimo automaticamente; quindi, senza dover porre in essere un ulteriore atto di destinazione ai sensi dell’art. 2645 ter c.c., sarà vincolato.

4.2. Il fondo patrimoniale

Forse uno degli strumenti di protezione patrimoniale più tradizionale è proprio il fondo patrimoniale. Si tratta di un vincolo posto da un coniuge o da entrambi (o addirittura da un terzo) su determinati beni nell’interesse esclusivo della famiglia. Lo scopo è quello di creare un patrimonio separato, ovvero non aggredibile da parte dei creditori, rivolto a soddisfare i bisogni familiari.

Il fondo patrimoniale deve essere costituito per atto pubblico o per testamento. Ciò significa che necessita della forma notarile. Oggetto del fondo patrimoniale può essere la proprietà su un determinato bene o altri diritti reali come, ad esempio, il diritto di usufrutto su un determinato bene immobile. Viceversa, è discusso in dottrina se possano essere oggetto del fondo patrimoniale le quote sociali e le aziende, tuttavia, almeno per queste ultime, sembra prevalere l’orientamento negativo, confermato anche dalla giurisprudenza.

I beni oggetto del fondo patrimoniale diventano “destinati” al soddisfacimento dei bisogni della famiglia. Ciò significa, in parole povere, che i creditori non possono aggredire i beni del fondo se non per debiti contratti per soddisfare i bisogni della famiglia stessa. Conseguentemente, i cosiddetti creditori “commerciali”, o comunque i creditori che vantano un credito che non ha nulla a che fare con il soddisfacimento dei bisogni della famiglia, rimangono sprovvisti di tutela.  Occorre però precisare che, se da un lato il fondo patrimoniale rappresenta un ottimo strumento di tutela al patrimonio familiare, dall’altro è suscettibile di essere messo in discussione da parte dei creditori mediante l’azione revocatoria entro il termine previsto dalla legge (ovvero cinque anni). Ancora, in caso di fallimento o meglio, di apertura della liquidazione giudiziale, il fondo può essere aggredito anche con l’azione revocatoria fallimentaria. E non finisce qui, se il debito è cronologicamente anteriore alla nascita del fondo patrimoniale, colui il quale vanta detto credito viene tutelato dall’art. 2929 bis c.c.

Il fondo patrimoniale rappresenta un ottimo strumento di tutela del patrimonio familiare, tuttavia, per le ragioni sopra esposte, necessita di almeno cinque anni per consolidarsi. Ciò significa che prima di allora non è uno strumento “sicuro” poiché non garantisce tutele nei confronti dei creditori. 

4.3. Intestazione fiduciaria

Una delle tecniche di tutela del patrimonio personale, e non solo, è l’intestazione fiduciaria. Questa è uno strumento indiretto, tramite il quale determinati beni vengono intestati ad un soggetto, al fine di nascondere la reale identità del proprietario.

L’intestazione fiduciaria è un istituto piuttosto duttile, infatti può essere utilizzata secondo diverse forme dal mandato fiduciario, alle società fiduciarie, al negozio fiduciario, a secondo dell’esigenza che viene in rilievo. A seconda della forma prescelta seguiranno poi differenti effetti, anche sotto il punto di vista fiscale. Dalla intestazione, potrà, allora, seguire o l’effetto di separazione patrimoniale oppure lo stesso trasferimento di proprietà.

Appare, quindi, che anche laddove si adotti la forma negoziale, l’atto risultante non avrà una causa di scambio o traslativa, non determinando un arricchimento del soggetto destinatario. La causa sarà, invece, individuabile nello scopo fiduciario.

4.4. Negozio fiduciario

La figura di recente introduzione è definita come l’accordo tra due soggetti, con cui taluno dei due, detto fiduciante, trasferisce in capo all’altro, fiduciario, la titolarità di una situazione giuridica soggettiva, al fine di perseguire uno scopo ulteriore. Il fiduciario assume con tale negozio l’obbligo di utilizzare i beni conferiti, nei tempi e nei modi prescritti.

Secondo l’orientamento prevalente, il negozio fiduciario è un atto unitario con una propria causa fiduciaria (Corte di Cassazione, sentenza del 19 maggio 1969, n. 1261). Esso produce come principale effetto il trasferimento di un diritto di proprietà su di un bene, al fine di amministrarlo e gestirlo secondo le modalità concordate. L’accordo prevede, inoltre, il ritrasferimento della titolarità del predetto diritto a richiesta, al fiduciante o a un soggetto terzo.

Il negozio fiduciario si struttura, all’apparenza, sulla base di due negozi, uno esterno e l’altro, invece, meramente interno. Il primo è a natura reale, con esso è trasferito un diritto su un determinato bene. Il secondo, invece, ha causa fiduciaria con effetti obbligatori, il quale presuppone l’assunzione di una serie di doveri di gestione.

E’, tuttavia, possibile distinguere tra fiducia statica e dinamica. E’ statica quando non c’è un reale trasferimento dal fiduciante al fiduciario di un bene. Ciò accade quando, il secondo è già titolare del diritto reale, tuttavia egli assumerà degli obblighi di amministrazione e gestione in conformità alle condizioni poste dal fiduciante e a trasferirlo a lui su sua richiesta. Si definisce, invece, dinamica la fiducia che si realizza previo atto di trasferimento.

È possibile altresì distinguere tra fiducia romanistica e fiducia germanistica. La prima è quella fin ora analizzata, ovvero, caratterizzata da un trasferimento della proprietà piena dal fiduciante al fiduciario e il primo è sprovvisto di mezzi di tutela, salvo il risarcimento del danno contrattuale. Viceversa, la fiducia germanistica ricorre quando il vincolo di destinazione impresso sul bene è più intenso. In parole povere, nella figura della fiducia germanistica non c’è un trasferimento vero e proprio della proprietà, il fiduciario riceve solamente la legittimazione ad esercitare in nome proprio un diritto che però rimane ancorato nella sfera giuridica del fiduciante. In questo caso, generalmente, le parti predispongono, nei limiti dell’autonomia negoziale garantita dalla legge, dei meccanismi per garantire una forma di tutela al fiduciante. Ad esempio, si pensi ad una condizione risolutiva, la quale stabilisce la permanenza degli effetti del negozio fiduciario fino al momento dell’adempimento degli obblighi assunti dal soggetto fiduciario.

4.4.1. Inadempimento del fiduciario

Giunti a questo punto potrebbe sorgere spontanea la domanda: cosa succede se il fiduciario non adempie ai propri obblighi, e come può il fiduciante tutelare il proprio patrimonio? La risposta non è semplice e scontata, se si accoglie la tesi secondo cui il patto in questione sarebbe inammissibile, ne consegue che nessun’azione spetterebbe al fiduciante. Viceversa, ove si aderisse alla tesi del collegamento negoziale, o comunque a quella parte della dottrina che ammette l’ammissibilità del patto fiduciario, occorre distinguere. In caso di vendita del bene a terzi da parte del soggetto fiduciario (ad esempio Tizio trasferisce fiduciariamente a Caio la propria villa e quest’ultimo, nonostante sappia che il bene solo formalmente è suo, decide di alienarlo a Mevio), secondo la tesi prevalente in dottrina ed in giurisprudenza è possibile agire solo per ottenere un risarcimento del danno; è possibile farlo anche nei confronti del terzo acquirente ove si dimostri che quest’ultimo sapesse dell’esistenza del patto fiduciario.

Nel caso in cui l’inadempimento consista nell’omissione del fiduciario di ritrasferire il bene al legittimo proprietario (si pensi al caso in cui Tizio, per i motivi più disparati, trasferisca fiduciariamente a Caio la sua villa, e quest’ultimo, dopo aver ricevuto apposita richiesta da Tizio, si rifiuti di restituirlo) secondo la Cassazione è possibile per il fiduciante agire in giudizio ex art. 2932 c.c. Ciò significa, in parole semplici, che il fiduciante, al fine di tutelare il proprio patrimonio, potrà agire in giudizio con l’esecuzione in forma specifica dell’obbligo di contrarre. Tra l’altro, come più volte ha precisato la giurisprudenza, l’art. 2932 c.c. si applica in tutti i casi in cui c’è un obbligo di contrarre, ergo, anche nei casi in cui l’obbligo di trasferimento del bene derivi da un patto collegato (o magari aggiunto) ad un negozio con causa traslativa (di trasferimento).

4.5. Il Trust

Nel nostro ordinamento la figura del trust, come strumento di tutela del patrimonio personale, è stata a lungo discussa. Invero, era piuttosto incerta la sua ricostruzione, ma, ben prima, la sua stessa ammissibilità.

Invero, lo scopo della Convenzione era proprio quello di armonizzare la disciplina degli Stati aderenti sulla materia, individuando la normativa che meglio si applicava alla fattispecie.

L’istituto del trust è stato riconosciuto in Italia solo con la Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985. Nonostante però tale ratifica, ancora non fu pacifica la sua legittima affermazione nell’ordinamento nazionale. Infatti, si continuò a dibattere sul mero riconoscimento del Trust internazionale, piuttosto che dell’effettiva consacrazione del trust interno.

Proprio in quanto il dibattito non era affatto sopito, si sono susseguiti una serie di interventi legislativi, che si ponevano l’obiettivo di offrire una base legale di riferimento adeguatamente solida. Da ultimo l’art. 73 del D.P.R. n. 917 del 22 dicembre 1986 (detto “TUIR”), il quale ha introdotto la normativa fiscale da applicare al suddetto istituto, differenziandone il trattamento fiscale a seconda che trattasi di trust “trasparenti” (ovvero con beneficiari individuati) oppure “opachi” (vale a dire con beneficiari non individuati). Tuttavia, il legislatore, in realtà, non è mai intervenuto al fine di disciplinare le caratteristiche salienti del trust. La sua struttura, quindi, è individuabile sulla base della Convenzione dell’Aja.

4.5.1. Elementi costitutivi del trust

La struttura del rapporto trilatero costituente il trust può essere rintracciata all’art. 2 della Convenzione dell’Aja. La norma individua tre soggetti che ricorrono alla fattispecie del trust, per gestire dei beni, questi sono:

  • il disponente (o “settlor“)che stabilisce il regolamento del trust e, in genere, è anche l’originario titolare del patrimonio oggetto della gestione;
  • il gestore (o “trustee“) del patrimonio;
  • beneficiario (o “beneficiary“) della gestione, cioè colui a favore del quale viene amministrato il patrimonio in questione.

A questi soggetti, può poi aggiungersene un quarto, che svolge un’attività di controllo sull’operato del gestore. Nel caso di trust di scopo, inoltre, manca la figura del beneficiario. Infatti, in tal caso la gestione è attribuita per perseguire una specifica finalità, non per favorire un soggetto terzo. Ove, invece, si adotti la figura del trust discrezionale, il beneficiario potrebbe non essere individuato alla costituzione del trust, ma in un secondo momento.

4.5.2. Come si costituisce un trust?

Il trust può essere costituito sia mediante atto inter vivos (ovvero tra vivi)sia mediante atto mortis causa (ovvero con il testamento). Come anticipato, si tratta di un negozio che affonda le proprie radici nei paesi di Common Law ed  ha trovato terreno fertile anche nel nostro ordinamento. In genere, il trust viene stipulato dinanzi al Notaio dal disponente, il quale adotta il regolamento ed individua anche la disciplina normativa da applicare. Tramite l’atto istitutivo dovranno essere altrettanto individuate le competenze e le funzioni del gestore, limitando, in tal modo, l’esercizio dell’attività stessa di amministrazione.

Funzione principale dell’atto costitutivo, è la realizzazione di un patrimonio separato. Il trust, infatti, nonostante i molteplici tentativi di ricondurlo ad un contratto fiduciario o ad altre figura, costituisce nella sostanza un patrimonio separato ai sensi dell’art. 2645 ter c.c. Ciò significa che i beni oggetto del trust non confluiranno nel patrimonio del gestore, ma, appunto, sarà del tutto autonomo da esso. L’implicazione principale di questo effetto di segregazione è che i creditori del gestore non potranno rivalersi su questi beni.

Al predetto gestore, saranno poi devoluti specifici compiti. Egli sarà chiamato o ad un’attività di amministrazione del patrimonio in favore del beneficiario, oppure al perseguimento di un’altra specifica finalità.

4.5.3. Finalità del trust

La figura del trust esiste sotto molteplici vesti, a seconda della finalità che si intende perseguire. Possiamo, quindi, distinguere:

  • liberali o di tipo fiduciario: con il quale si può disporre del patrimonio con finalità di tutela del patrimonio familiare o meno. Si pensi ad esempio a chi, magari per sfuggire alla pretesa dei creditori e per tutelare il proprio patrimonio, decide di stipulare un trust a favore di un amico o di un parente in modo da creare “un’isola felice”, dove i creditori non possono soddisfare le proprie pretese;
  • commerciali: con finalità di garanzia e tutela per l’attività di impresa. Il trust, infatti, può essere utile anche per creare delle vere e proprie garanzie finalizzate ad agevolare l’accesso al credito;
  • con finalità di pubblico interesse: che possono assumere a loro volta svariate forme, ad esempio si distinguono i trust fissi, dove i beneficiari sono determinati sin dalla costituzione dai trust discrezionali, dove possono essere individuati successivamente. Inoltre, queste tipologie di trust, proprio perché perseguono interessi pubblici, possono essere revocabili, differentemente dall’istituto generale, che, invece, ha carattere irrevocabile.

Si tratta, dunque, di un istituto giuridico estremamente versatile utile per perseguire le finalità più disparate e nel pieno rispetto della legge.

4.5.4. Il trust autodichiarato

Quando si parla di strumenti utili alla tutela del proprio patrimonio non è possibile non fare cenno al cosiddetto trust autodichiarato. In estrema sintesi con tale trust il disponente non trasferisce alcunché al terzo gestore ma si limita ad imporre un vincolo di destinazione sui beni oggetto del trust stesso. In questo modo, quindi, è possibile creare un vero e proprio vincolo di destinazione sui beni interessati, non più aggredibili dai creditori personali del disponente. Non a caso, il principale vantaggio che ruota attorno a questo particolare trust sta proprio nel fatto che il disponente è libero di gestire i propri beni destinati e, al tempo stesso, approfittare del meccanismo di protezione dei beni stessi derivanti dal trust.

Occorre precisare però che, nonostante i beni rimangono nella sfera di disponibilità del disponente, è necessario che egli dovrà pur sempre gestirli in piena conformità a quanto previsto nell’atto istitutivo del trust. In ogni caso, al fine di garantire un minimo di tutela anche ai terzi, è fortemente consigliabile nominare un “guardiano”, che abbia dei seri poteri di controllo sull’attività del disponente.

Un esempio di trust autodichiarato lecito potrebbe essere il seguente: tizio, genitore di tizietto affetto da una grave disabilità, istituisce un trust avente per oggetto una pluralità di beni che gestirà nel modo che ritiene migliore nell’interesse del figlio, ma con la possibilità di proiettare la gestione anche nel futuro e proteggere, al tempo stesso, i suddetti beni dalle sue vicende personali.

4.6. Polizze assicurative

Le polizze assicurative costituiscono un ulteriore valido strumento di tutela del patrimonio personale, che altrettanto producono anche esse un effetto di segregazione.

I contratti con cui si stipulano le polizze assicurative rientrano nella particolare categoria di contratti aleatori. Con tale espressione si richiamano gli atti negoziali connotati, oltre che dalla necessaria alea economica, anche da un’alea giuridica.

Al rischio concernente l’entità della prestazione, che può subire alterazioni a causa di fattori economici e di mercato, si associa un secondo rischio circa la stessa integrazione dei presupposti che fanno sorgere l’obbligo di rendere la prestazione. Quest’ultima può, infatti, essere subordinata al verificarsi di specifici eventi, come la morte o la malattia di uno degli stipulanti.

4.6.1. La polizza sulla vita

L’esempio più consueto di polizza assicurativa è l‘assicurazione sulla vita, disciplinata all’art. 1882 c.c.. Ivi è introdotta una figura contrattuale con cui l’assicuratore si obbliga a pagare un capitale o una rendita, al verificarsi di un evento attinente la vita umana.

Si qualifica, quindi, come un contratto a prestazioni corrispettive, ove queste si sostanziano nei premi assicurativi versati dall’assicurato, e dalla rendita resa dall’impresa assicurativa, al verificarsi della condizione. Il contratto di assicurazione si presente come a carattere consensuale, oneroso e ad esecuzione continuata.

Il carattere aleatorio si identifica nel c.d. rischio demografico, quale evento futuro ed incerto, come la morte o una malattia, di cui non si conosce il momento esatto della sua realizzazione. Tale rischio graverà sull’impresa, ove l’evento si realizzi in un arco di tempo piuttosto contenuto, dimodochè i premi assicurativi versati sono proporzionalmente di molto inferiori al capitale. Graverà, invece, sul contraente, se l’evento si realizza in un arco di tempo molto ampio; quindi, il bilanciamento tra premi e capitali può essere a suo sfavore.

I motivi del contratto possono essere i più disparati. Si può ricorrere alla polizza sia per assicurare ai propri familiari un capitale, in conseguenza dell’evento morte del contraente, oppure per garantirsi una rendita con finalità previdenziali, per l’età avanzata. Tuttavia il contratto assicurativo sicuramente può essere inteso come uno strumento ditutela del patrimonio personale. La polizza, come è evidente, consente di accantonare parte del patrimonio.

4.7. Patto di famiglia

Rientra sicuramente nel novero degli strumenti utili per poter tutelare il proprio patrimonio (e quello della famiglia) il cosiddetto Patto di famiglia. L’istituto in questione, introdotto nel nostro tessuto ordinamentale sulla scorta della normativa europea, è finalizzato a garantire una adeguata programmazione del passaggio generazionale aziendale. La sua disciplina è racchiusa negli art. 768 bis e seguenti c.c. ed è lo strumento mediante il quale il titolare di un’azienda trasferisce al figlio, o ai figli, nipoti, una parte della propria azienda, tramite quote, o l’intera organizzazione azienda. In estrema sintesi, tale strumento permette non solo di tutelare il patrimonio personale dell’imprenditore ma anche quello aziendale, il quale viene sottratto, nei limiti e nelle forme stabilite dalla legge, dalle pretese creditorie relative all’imprenditore cedente.

Da un punto di vista tecnico giuridico, il patto di famiglia permette all’imprenditore, nel pieno rispetto della normativa in materia di successioni e di impresa familiare, di trasferire la propria azienda o le proprie partecipazioni sociali ad uno o più discendenti. Lo scopo della normativa è quello di agevolare il passaggio generazionale dell’azienda ed evitare che, una volta uscito di scena l’imprenditore, possa venir meno anche l’azienda con conseguenti disagi sia per il mercato che per tutti coloro che hanno rapporti con l’azienda stessa (si pensi ad esempio ai lavoratori, fornitori etc).

Nonostante sia stato introdotto da anni nel nostro ordinamento giuridico, ancora oggi in dottrina è ampiamente discussa la sua natura giuridica. A prescindere dalla teoria sposata (le quali possono essere brevemente riassunte in: divisionedonazione modale, contratto con causa tipica previsto dal legislatore) si tratta pur sempre di una successione ereditaria anticipata, di conseguenza, è fondamentale che tutti gli aventi diritto, ovvero i figli ed il coniuge, siano presenti nel momento del passaggio dell’azienda tra l’imprenditore ed il beneficiario.

4.8. Holding di famiglia

Un’altra possibile soluzione per garantire una protezione al patrimonio proprio e di tutta la famiglia è quella di creare una vera e propria holding familiare. Una holding, in parole semplici, è una società che potremmo definire “principale” la quale controlla altre società ed è costituita dai componenti del medesimo nucleo familiare. Conseguentemente, il controllo dell’intera società viene affidata in mano ai soci fondatori, ovvero, alla famiglia stessa.

Tra i vari vantaggi che ruotano attorno a questa possibile soluzione è quello di limitare al minimo possibili conflitti tra i componenti della famiglia grazie alla gestione centrale della società. Più precisamente, i conflitti non si riflettono sul patrimonio complessivo della famiglia e della società, tenendo così fuori le diverse società del gruppo. In pratica la holding garantisce un coordinamento centrale di diverse società e può essere decisamente utile nel caso in cui si volesse proteggere il patrimonio di una singola società. I creditori, infatti, difficilmente possono attaccare la holding, tramite questo strumento è possibile anche garantire, ove si voglia, il passaggio generazionale e una centralizzazione di tutti i doveri di natura fiscale, con conseguente semplificazione e snellimento degli oneri che ruotano attorno alle società. Ma non finisce qui, nel caso in cui dovesse manifestarsi una crisi economica all’interno del gruppo, la holding può, sempre in modo “centralizzato”, aiutare le società e garantire così un supporto economico alle società che si trovano in difficoltà.

4.9. Società immobiliari

Un’altra tipologia di società che può tornare utile alle famiglie che possiedono un cospicuo patrimonio immobiliare potrebbe essere quella immobiliare. Più precisamente, si potrebbe costituire una società di capitale (come, ad esempio, una S.p.a, S.r.l. S.a.p.a) e conferire all’interno delle stesse il patrimonio immobiliare. In questo modo è possibile evitare che i creditori dei singoli membri della famiglia possano attaccare gli immobili.  Ciò è possibile perché le società in questione possiedono non solo una soggettività giuridica (ovvero sono centri di imputazione di diritti e doveri giuridici) ma possiedono anche una autonomia patrimoniale perfetta. Ciò significa, in parole povere, che il patrimonio della società e i patrimoni dei singoli soci sono reciprocamente insensibili. I creditori della società non possono soddisfare le proprie pretese sui patrimoni dei soci (salvo alcune ipotesi espressamente previste dalla legge) e, viceversa, i creditori dei singoli soci non possono in alcun modo aggredire il patrimonio sociale.

Se lo scopo della società è solo quello di gestire gli immobili familiari è possibile optare per la costituzione di una S.r.l., società decisamente più semplice da creare rispetto ad una S.p.a. e più semplice da gestire, anche da un punto di vista strettamente economico. Tuttavia, è bene precisare che, al fine di evitare di creare società cosiddette di “comodo” è necessario che la società costituita svolga pur sempre un’attività d’impresa, come ad esempio la gestione immobiliare (ad esempio dando in locazione gli immobili etc). Nel caso in cui non si voglia svolgere alcuna attività d’impresa, invece, si potrebbe optare per una comunione di beni, tuttavia, la comunione non è un soggetto di diritto e non offre tutti i vantaggi sopra richiamati.

5. Proteggere l’eredità dai creditori e proteggersi dai debiti dell’eredità: consulenza e assistenza legale per il tuo caso

In sostanza, come avrai potuto capire, difendere l’eredità dai creditori non è cosa semplice.

Sono molte le implicazioni e i dettagli da considerare.

Proprio per questo motivo, al fine di ottenere una migliore e completa assistenza in merito, ti consiglio di completare il Modulo di contatto che trovi in questa pagina.

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