Rientro dei cervelli: quali agevolazioni fiscali?

Già da tempo, tantissime persone estremamente qualificate hanno deciso di abbandonare l’Italia per cercare lavoro o continuare la ricerca in un Paese estero.

Dal punto di vista della nazione, questo ha significato una perdita di personale estremamente valido che avrebbe potuto popolare il sistema scolastico oppure svolgere lavori a livelli molto alti per aumentare la produzione del Paese.

Stiamo parlando, da un lato, di docenti e ricercatori e, dall’altro, di lavoratori impatriati.

Per invertire questo fenomeno, negli ultimi dieci anni il Governo ha cercato di far rientrare sempre più persone di questo genere nel loro Paese natale.

Come ha fatto?

Con agevolazioni fiscali per il cosiddetto “Rientro dei cervelli”.

Già in passato esistevano due norme a regolamentare la materia, il D.Lgs. 147/2015 e il D.L. 78/2010.

Tuttavia, la vera novità risiede nella normativa che ha rivisitato completamente la precedente legislazione e stiamo parlando dell’art. 5 del Decreto Crescita 2019 nonché della Legge di Bilancio 2021 e della Legge di Bilancio 2022, ricordando che l’agevolazione non ha formato oggetto di modifica da parte della Legge di Bilancio 2023. Ciò significa, in poche parole, che con l’arrivo della Legge di Bilancio 2023 risultano essere confermate le agevolazioni fiscali in merito al rientro dei cervelli (ovvero i lavoratori impatriati, docenti e ricercatori) nel nostro Paese.

Per ulteriori approfondimenti leggi:

1. Perché nuovi incentivi per il rientro dei cervelli?

L’art. 5 del c.d. Decreto Crescita varato nel 2019, il Governo ha ufficialmente modificato le disposizioni in materia di “rientro di sei cervelli”, ovvero la categoria generale di agevolazione ai sensi dell’art. 5 del D.L. n.34 del 2019, allargando la platea dei soggetti contribuenti che possono usufruire delle suddette agevolazioni fiscali. 

In ossequio alla normativa varata, è agevole capire che lo scopo per il quale sono state previste ulteriori agevolazioni fiscali dalla normativa, con una forte detassazione dei redditi, è proprio quello di favorire il rientro di persone il cui lavoro potrebbe essere molto importante per tutta la comunità.

2. Rientro di cervellidocenti e ricercatori

La prima categoria ad essere interessata dalla normativa sul rientro dei cervelli è quella dei docenti e ricercatori.

Ad essere coinvolti sono coloro che decidono di rientrare in Italia dopo aver trascorso un periodo di tempo in un Paese estero per insegnare oppure per portare avanti la ricerca.

Prima della nuova normativa, esisteva anche un limite temporale per poter godere delle agevolazioni fiscali, mentre oggi questo vincolo è stato eliminato e docenti e ricercatori possono rientrare in Italia senza un termine di scadenza ben preciso.

2.1. I requisiti per docenti e ricercatori

Ai sensi dell’art. 5 del Decreto Crescita del 2019, concernente il “rientro dei cervelli”, è stato previsto dal legislatore un ampliamento delle agevolazioni per il rientro dei docenti nonché dei ricercatori all’interno del nostro Paese. 

Il primo requisito, valido per entrambe le categorie, è quello del trasferimento della propria residenza fiscale in Italia.

Senza questa caratteristica di fondo è impossibile vedersi applicata la normativa sul rientro dei cervelli.

In aggiunta a ciò, ogni categoria prevede anche dei requisiti soggettivi necessari per poter godere dei benefici fiscali.

Elenchiamo di seguito cosa devono avere docenti e ricercatori per il rientro:

  • Un titolo di studio universitario o altro titolo che possa esservi equiparato
  • Essere stati residenti all’estero in modo non occasionale
  • Aver svolto attività di docenza o ricerca per almeno 2 anni consecutivi presso università, centri di ricerca pubblici o privati e di questa attività si deve fornire anche una dimostrazione
  • Svolgere attività di docenza e ricerca anche in Italia
  • Acquisire la residenza fiscale italiana, come già specificato

L’agevolazione fiscale per i docenti e per i ricercatori che hanno intenzione di rientrare in Italia concerne solamente i redditi di lavoro autonomo o dipendente da questi prodotti nel territorio della Repubblica al loro rientro. 

Ancora, per quanto riguarda l’attività di lavoro autonomo, gli emolumenti percepiti dai soggetti rientranti nelle categorie sopra richiamate, non concorrono alla formazione del valore della produzione netta ai fini dell’IRAP

È doveroso altresì precisare che con la Circolare n. 17 E del 2020 dell’Agenzia delle Entrate, ha finalmente precisato che la normativa in materia di agevolazioni risponde ad un duplice obiettivo. Da un lato, il legislatore ha voluto porre il rimedio al fenomeno della fuga di cervelli, nonché di favorire lo sviluppo tecnologico e scientifico all’interno del nostro Paese. 

Come anticipato, i suddetti benefici fiscali non sono stati modificati dalla Legge di Bilancio del 2023, pertanto, trovano piena applicazione ai docenti e ai ricercatori che trasferiscano la propria residenza in Italia a decorrere dal primo gennaio del 2023. 

2.2. La durata dell’agevolazione per i docenti e ricercatori

Oltre ad essere previsti dei requisiti soggettivi, ci sono anche dei limiti di durata per docenti e ricercatori.

Infatti, il beneficio fiscale per i docenti e per i ricercatori viene considerato il più conveniente. Il motivo è piuttosto semplice. Esso, infatti, comporta un abbattimento vero e proprio della tassazione del 90% sicché le imposte rimangono dovute solo ed esclusivamente sulla parte residua pari al 10% dei redditi percepiti. 

La durata del beneficio è strettamente correlata al mantenimento della residenza in Italia, in conseguenza di questo fatto sono previste diverse varianti:

  • La durata ordinaria è di 6 anni
  • Arriva a 8 anni per coloro che abbiano un figlio minorenne a carico o in affido preadottivo
  • Di nuovo 8 anni se diventano proprietari di un immobile adibito a residenza in Italia, entro 12 mesi dal trasferimento, che può essere acquistata dal docente o ricercatore, nonché dal coniuge, dal convivente o dai figli anche in comproprietà
  • L’agevolazione aumenta fino a 13 anni per tutti i docenti e i ricercatori che abbiano almeno due figli minorenni o a carico, lo stesso vale anche in caso di affidamento preadottivo, successivamente al trasferimento della residenza in Italia (ai sensi dell’art. 2 del D.P.R. n. 917 del 1986 a condizione che permanga la sua residenza fiscale in Italia. 

2.3. L’importo per docenti e ricercatori

La Legge di bilancio del 2021 è intervenuta puntualmente sulle agevolazioni fiscali per i lavoratori cosiddetti impatriati, prevedendo l’estensione degli incentivi per altri cinque anni d’imposta per i contribuenti, i quali sono iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero o che siano cittadini di uno degli Stati membri dell’Unione Europea i quali hanno già trasferito la propria residenza prima del 2020 e che dal 31 dicembre del 2019 abbiano già beneficiato del regime in esame. 

Conseguentemente, possono optare per la suddetta estensione di 5 anni degli incentivi fiscali i seguenti lavoratori:

  • Lavoratori con almeno un figlio minore d’età o a carico, anche in caso di affidamento preadottivo
  • Lavoratori che diventino proprietari di almeno un’unità immobiliare di tipo residenziale nel nostro Paese, successivamente al trasferimento o nell’arco di un anno precedente al trasferimento stesso. 

Al fine di accedere alla suddetta estensione di cinque anni delle agevolazioni per il rientro dei cervelli in Italia è necessario versare un importo pari al 10% dei redditi di lavoro dipendenti e di lavoro autonomo prodotti in Italia oggetto dell’agevolazione concernenti al periodo d’imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione, se il soggetto, al momento dell’esercizio dell’opzione, ha almeno un figlio minorenne, anche in affido preadottivi, oppure sia diventato almeno di una unità immobiliare di tipo residenziale in Italia o nei dodici mesi antecedenti al trasferimento. 

Oppure, un importo pari al 5% dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia oggetto dell’agevolazione, concernenti il periodo d’imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione, se il soggetto al momento di esercizio dell’opzione stessa, ha almeno tre figli minorenni, anche in affido preadottivo, e diventa o è diventato proprietario di una unità immobiliare di tipo residenziale in Italia, successivamente al trasferimento in Italia o nei dodici mesi antecedenti al trasferimento, ovvero, ne diviene proprietari entro diciotto mesi dalla data di esercizio dell’opzione a pena di restituzione del beneficio addizionale già fruito senza l’applicazione della sanzione. 

3. Come si accede alla proroga della agevolazione 

Fatte le debite premesse in merito alla proroga dell’agevolazione, occorre ora analizzare come fare per poterla richiedere ed ottenere. Sul tema, il Direttore dell’Agenzia delle Entrate ha fornito, mediante il Provvedimento prot. N. 60353/2021 del 3 marzo 2020, talune indicazioni sulle modalità di esercizio dell’opzione in modo da ottenere la proroga del regime previsto per i lavoratori c.d. impatriati ai sensi dell’art. 5 comma 2 bis del D.L. 30 aprile del 2019 n. 34. 

I suddetti soggetti (i quali sono diversi da quelli disciplinati dall’art. 5 comma secondo del D.L. del 30 aprile 2019 n. 34) che siano stati iscritto all’interno della Anagrafe degli italiani residenti all’estero, o che siano comunque residenti all’estero o cittadini dell’Unione Europea, che hanno già trasferito la residenza prima del 30 aprile del 2019 e che alla data del 31 dicembre del 2019 risultano essere beneficiari del regime disciplinato dall’art. 16 del D.lgs. 14 settembre 2015 n. 147, possono optare per l’applicazione della proroga delle agevolazioni. 

L’opzione in esame può essere esercitata mediante il versamento in unica e sola soluzione di un importo pari al 10% dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti all’interno del nostro ordinamento giuridico, relativi al periodo di imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione ovviamente. Oppure, un importo pari al 5% dei redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia oggetto dell’agevolazione di cui all’art. 16 del D.lgs. 14 settembre 2015 n. 147 concernenti il periodo d’imposta precedente a quello di esercizio dell’opzione, se il soggetto al momento dell’esercizio dell’opzione abbia almeno tre figli, oppure, è diventato o diventa proprietario di un’unità immobiliaredi tipo residenziale in Italia. 

L’importo dovrà essere corrisposto solo ed esclusivamente mediante la compilazione del modulo di pagamento F24, senza la possibilità di avvalersi della compensazione di cui all’art. 17 del D.lgs. del 9 luglio 1997 n. 241. Successivamente, con risoluzione viene istituito ufficialmente il codice tributo da indicare in fase di versamento e sono impartite per le istruzioni per la compilazione del modello F24

Il suddetto versamento deve essere effettuato entro e non oltre il 30 giugno dell’anno successivo a quello di conclusione del primo periodo di fruizione dell’agevolazione di cui all’art. 16 del D.lgs. 147 del 2015. 

I soggetti che non hanno adempiuto in modo tempestivo, sono tenuti ad effettuare il versamento entro e non oltre 180 giorni dalla data di pubblicazione del provvedimento

Ma cosa accade ove il contribuente non eserciti l’opzione per la proroga degli incentivi fiscali in modo non tempestivo? Ebbene, sul tema è stata interpellata proprio l’Agenzia delle entrate, la quale ha risposto all’interpello n. 371 del 2022

Più precisamente, si è richiesto all’Agenzia delle Entrate di precisare se il termine di esercizio della proroga del beneficio fiscale, nonché il relativo termine entro il quale effettuare il versamento, fosse un termine meramente “ordinatorio” oppure “perentorio”. Trattasi di una questione non meramente terminologica ma che ha delle ripercussioni pratiche notevoli. 

Ove si aderisca alla tesi della natura meramente ordinatoria, infatti, la scadenza del termine sopra richiamato non impedirebbe al contribuente di chiedere anche tardivamentela proroga dei benefici. Viceversa, ove si aderisca alla tesi del termine perentorio, lo spirare del termine impedisce in modo definitivo la possibilità di chiedere la proroga delle agevolazioni. 

Ebbene, a fare chiarezza sul tema è stata proprio l’Agenzia delle Entrate, la quale ha osservato che l’estensione di ulteriori cinque anni del regime speciale disciplinato dall’art. 16 del D.lgs. n. 147 del 2015 è subordinato all’esercizio dell’opzione previo versamento degli importi dovuti entro il termine indicato. 

Pertanto, ove il suddetto termine non dovesse essere rispettato, maturerebbe, a carico del soggetto contribuente, una vera e propria preclusione. In poche parole, il termine sopra richiamato deve essere considerato perentorio, con tutte le conseguenze che ne derivano. 

Il Fisco, dunque, sembra essere più che determinato ad escludere nei casi del genere all’istituto del ravvedimento operoso, il quale, dunque, non è stato ritenuto idoneo al fine di porre un rimedio alla dimenticanza del contribuente. 

In modo del tutto coerente con le premesse, l’Agenzia delle Entrate, prendendo atto che il contribuente, il quale ha presentato apposito interpello, non aveva effettuato il versamento nel termine del 30 agosto 2021, ha ritenuto precluso, in modo definitivo, la possibilità di accedere all’estensione temporale (ovvero alla proroga) dei benefici per ulteriori cinque anni. 

4. Come fare la richiesta al sostituito e la comunicazione dell’opzione 

Per poter ottenere l’applicazione dei benefici fiscali di cui all’art. 16 del D.lgs. 147 del 2015, i lavoratori dipendenti sono tenuti a presentare al datore di lavoro una richiesta scritta entro e non oltre il 30 giugno dell’anno successivo a quello di conclusione del primo periodo di fruizione dell’agevolazione e, per i soggetti per cui il suddetto periodo si sia concluso oltre il 31 dicembre del 2020, entro 180 giorni dalla data di pubblicazione del predetto provvedimento. 

È bene sapere, inoltre, che ove i termini dovessero scadere di sabato o in occasione di un giorno c.d. festivo, essi sono automaticamente prorogati al primo giorno feriale successivo

La suddetta richiesta scritta deve essere sottoscritta dal lavoratore dipendente e resa, ai sensi e per gli effetti del D.p.r. 445 del 2000 con i seguenti dati: 

  • nome, cognome data di nascita
  • codice fiscale
  • la precisazione che prima del 30 aprile del 2019 la residenza è stata ufficialmente trasferita in Italia ai sensi dell’art. 2 comma 2 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR);
  • l’indicazione della permanenza della residenza in Italia alla data della presentazione della suddetta richiesta; 
  • impegno a comunicare in modo tempestivo e nelle forme previste dalla legge al datore di lavoro ogni variazione della propria residenza o del proprio domicilio che possa essere rilevante per l’applicazione del beneficio fiscale in questione da parte del datore di lavoro; 
  • tutti i dati identificativi dell’unità immobiliare di tipo residenziale di cui si è proprietari oppure dell’unità immobiliare residenziale acquistata dal coniuge, dal convivente, dai figli, anche in comproprietà, corredata dalla relativa data di acquisto dell’immobile, oppure, l’impegno espresso a comunicare i suddetti dati entro e non oltre diciotto mesi dalla data di esercizio dell’opzione, ove ne divenga proprietario entro il suddetto termine; 
  • l’anno di prima fruizione del regime speciale per i lavoratori impatriati; 
  •  numero e la data di nascita di tutti i figli minorenni, anche in affido preadottivo, alla data in cui viene effettuato il versamento; 
  • l’ammontare di tutti i redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti all’interno del territorio italiano oggetto dell’agevolazione fiscale di cui all’art. 16 del D.lgs. 14 settembre 2015 n. 147 concernenti il periodo di imposta precedente a quello dell’esercizio dell’opzione;
  • tutti gli estremi del versamento effettuato nel rispetto delle modalità imposte dalla legge; 

Infine, è bene precisare che i soggetti che esercitano un’attività di lavoro autonomo devono comunicare l’opzione nella dichiarazione dei redditi concernenti al periodo d’imposta nel quale hanno effettuato il versamento. 

4.1. Gli adempimenti necessari del sostituto d’imposta 

sostituti d’imposta devono effettuare ritenute pari al 50% delle somme e dei valori imponibili ai sensi dell’art. 51 del TUIR) in caso di lavoratori che al momento dell’esercizio dell’opzione abbiano comunicato di avere almeno un figlio minore d’età, anche in caso di affidamento preadottivo, o che siano divenuti proprietari di una unità immobiliare di tipo abitativo residenziale ubicato in Italia successivamente, o nei dodici mesi precedenti al trasferimento, oppure, che ne divengano proprietari entro e non oltre diciotto mesi dalla data di esercizio dell’opzione. 

I sostituti d’imposta effettuano ritenute pari al 10% del loro ammontare in caso di lavoratori che, al momento dell’esercizio dell’opzione, abbiano comunicato di avere almeno tre figli minorenni o a carico, anche in caso di affidamento preadottivo,  o che siano divenuti proprietari di una unità immobiliare di tipo abitativo residenziale ubicato in Italiasuccessivamente, o nei dodici mesi precedenti al trasferimento, oppure, che ne divengano proprietari entro e non oltre diciotto mesi dalla data di esercizio dell’opzione. 

Ovviamente le ritenute effettuate dal sostituto d’imposta sono operate sulle somme ed i valori imponibili corrisposti dal periodo di paga successivo al ricevimento della richiesta stessa. 

Al termine di ogni anno, o alla cessazione del rapporto di lavoro intercorrente tra datore e dipendente, i sostituti d’imposta sono tenuti ad effettuare un vero e proprio conguaglio tra le ritenute operate e l’imposta dovuta sull’ammontare complessivo degli emolumenti, ridotto in percentuale, corrisposto a partire dal primo gennaio dell’anno di riferimento.

Tuttavia, la suddetta disciplina non trova attuazione nel caso in cui il lavoratore comunichi al proprio datore di lavoro il trasferimento al di fuori dei confini italiani della propria residenza o del proprio domicilio.  

5. Rientro di cervelli: lavoratori impatriati

La seconda categoria che interessa la normativa sul rientro dei cervelli è quella dei lavoratori specializzati.

Anche in questo caso, la legge richiede requisiti specifici per i lavoratori impatriati e prevede dei termini di durata diversi tra di loro.

5.1. I requisiti per i lavoratori impatriati

Per poter godere delle agevolazioni fiscali è necessario avere i seguenti requisiti:

  • Non essere stato residente in Italia per 2 periodi d’imposta precedenti al momento del rientro (2 anni)
  • Risiedere in Italia per almeno 2 periodi d’imposta (2 anni)
  • Svolgere attività di lavoro dipendente o autonomo in Italia
  • Trasferire la residenza fiscale in Italia

L’aspetto interessante è il fatto che non viene riconosciuta solamente l’attività da dipendente, ma anche quelle ad essa assimilate, quelle di lavoro autonomo e d’impresa che avviate dopo il 31 dicembre 2019.

5.2. La durata dell’agevolazione per lavoratori impatriati

Esattamente del caso di docenti e ricercatori, anche la durata delle agevolazioni fiscali di rientro dei cervelli per lavoratori subisce variazioni:

  • La durata ordinaria è di 5 anni
  • Sale a 10 anni nel caso in cui il lavoratore acquisti un immobile come residenza in Italia oppure venga acquistato dal coniuge, dal convivente o dai figli, anche in comproprietà, oppure se ha un figlio minorenne a carico o in affido preadottivo

5.3. L’importo dell’agevolazione fiscale per i lavoratori impatriati

L’agevolazione ordinaria prevede un abbattimento dell’imponibile del 70% e le imposte da dover pagare fanno riferimento solamente al 30% dei redditi percepiti.

Inoltre, nei 5 anni aggiuntivi previsti per chi presenta specifiche caratteristiche, i redditi prodotti formano reddito imponibile solo per il 50% del loro ammontare. Questo numero cala addirittura al 10% per chi ha tre figli minorenni a carico o in affido preadottivo.

Sempre al 10% è riconosciuta a lavoratori che trasferiscono la residenza nelle Regioni del Centro-Sud, quali: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia.

6. Attività prestate all’estero: quali sono 

Ai sensi dell’art. 3, art. 51 comma 8 bis del D.p.r. 917 del 1986, quando si parla di attività prestate all’estero è necessario distinguere a seconda delle modalità di svolgimento delle stesse nonché della durata del soggiorno all’estero da parte del lavoratore stesso. 

Ebbene, è possibile distinguere tra: 

  • Lavoro prestato in via continuativa come oggetto esclusivo del rapporto da dipendenti del settore privato residenti in Italia: ove il lavoratore sia residente in Italia, nell’arco dei dodici mesi, dunque anche a cavallo di due anni solari, soggiorna all’estero per più di 183 giorni, la tassazione avviene obbligatoriamente sulla base delle retribuzioni convenzionali definite anno per anno con apposito Decreto senza tener conto dei compensi effettivamente erogati (compresi anche eventuali benefits) anche se pagati successivamente alla cessazione del rapporto di lavoro. Ove vengano corrisposte le retribuzioni prima dell’entrata in vigore del suddetto Decreto, è necessario fare riferimento al Decreto dell’anno precedente; 
  • Frontalieri: si tratta di lavori posti in essere da soggetti che risiedono nel territorio italiano e che non soggiornano all’estero ma prestano l’attività di lavoro, in modo stabile e continuativo, nelle zone c.d. di frontiera (si pensi ad esempio alla Francia, Austria, Slovenia o altri Paesi limitrofi). In tali casi, la retribuzione percepita per le prestazioni di lavoro poste in essere è soggetta ad una specifica disciplina di agevolazione che si considera tassabile solo ove l’importo percepito sia realmente superiore ad euro 7.500. Sull’eccedenza, eventuale, è necessario applicare l’imposta secondo le disposizioni ordinarie. 
  • Lavoratori diversi: se il lavoro viene posto in essere senza nessuno dei requisiti elencati sopra (ovvero essere lavoratori di frontiera o essere residenti in Italia) la tassazione avviene secondo le regole ordinarie. Ovvero, sulla base delle retribuzioni realmente percepite eventualmente con attribuzione del trattamento previsto per le trasferte o di assegni di sede o di indennità analoghe. La suddetta modalità riguarda, ad esempio, quanto viene corrisposto a titolo di indennità ai dipendenti di imprese italiane che vengono inviati in modo temporaneo all’estero per delle “missioni”, “comandi” o per “trasferte”. 

7. Eliminazione del vincolo dell’AIRE

Il Decreto Crescita più volte citato ha stabilito, contrariamente da quanto previsto dalla precedente normativa, che l’iscrizione all’AIRE non rappresenta più una condizione necessaria per poter accedere alle agevolazioni per il rientro dei cervelli. Sicché si può certamente affermare che tale intervento normativo ha avuto l’effetto di  eliminare l’iscrizione obbligatoria all’AIRE, ossia l’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero.

Tra l’altro, occorre precisare che tale modifica ha effetto retroattivo in quanto copre anche i contribuenti che già hanno usufruito dell’agevolazione fiscale, anche nel caso in cui non siano mai stati iscritti all’AIRE.

Anche in questo caso, dunque, l’agevolazione fiscale è applicabile a condizione che i soggetti lavoratori abbiano avuto la residenza fiscale all’estero. Il suddetto requisito deve essere dimostrato dal soggetto contribuente in maniera puntuale in modo da non vedersi negare l’agevolazione ove l’Agenzia delle Entrate dovesse effettuare dei controlli. 

Precedentemente, il soggetto veniva considerato come residente all’estero solamente se iscritto all’AIRE e, di conseguenza, chi non lo era non poteva beneficiare delle agevolazioni una volta rientrato in Italia.

Oggi non viene più richiesta, nonostante sia indispensabile riuscire a dimostrare la propria residenza fiscale nel Paese estero. Tale dimostrazione della residenza fiscale estera non è sempre agevole, in quanto deve essere fondata sulla base delle Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dall’Italia con i Paesi esteri. Per tale motivo, nel corso di tale verifica, è necessario farsi assistere da un professionista competente in materia.

Con la Legge di Bilancio 2021 e la Legge di Bilancio 2022 è stato consentita l’estensione dei benefici fiscali per docenti e ricercatori nonché per i lavoratori impatriati che siano rientrato in Italia prima dell’anno 2020.

Per l’accertamento della sussistenza dei requisiti per accedere ai benefici fiscali in questione è sempre bene richiedere richiedere una consulenza fiscale internazionale, onde evitare futuri accertamenti da parte dell’Agenzia delle Entrate. Infatti, l’agevolazione fiscale non necessita di un’approvazione preventiva da parte del Fisco, cosicché assume fondamentale importanza verificare con precisione, in anticipo, con l’aiuto di un professionista, sotto il profilo strettamente tecnico, gli incentivi risultino o meno applicabili al proprio caso.

8. Il rientro di cervelli e requisito della residenza fiscale all’estero

Ormai sempre più spesso i contribuenti interpellano, mediante apposita istanza, l’Agenzia delle Entrate al fine di chiarire il problema della localizzazione della propria residenza fiscale all’estero per determinati anni d’imposta prima di fare ritorno in Italia. Lo scopo, ovviamente, è quello di richiedere ed ottenere le agevolazioni fiscali per il “rientro dei cervelli”. 

Purtroppo, però la stessa Agenzia delle Entrate ha precisato che la suddetta pratica sia errata. In più occasioni, infatti, l’Agenzia delle Entrate ha rigettato la richiesta di determinazione del Paese della residenza fiscale del contribuente, ritenendo di poter effettuare la suddetta verifica solo in sede di esercizio dei propri poteri di accertamento e non già in sede di interpello.

Infatti, in occasione della Risposta ad interpello n. 294 del 2019 l’Agenzia delle Entrate ha precisato proprio questo, ovvero: “In via preliminare, si evidenzia come l’accertamento dei presupposti per stabilire l’effettiva residenza fiscale costituisca una questione di fatto che non può formare oggetto di istanza di interpello, ai sensi dell’art. 11 della Legge n. 212/2000”.

Alle stesse conclusioni l’Agenzia delle Entrata è arrivata anche in occasione della Risposta n. 270 del 2019 dove ha nuovamente affermato che l’accertamento dei presupposti per stabilire l’effettiva residenza fiscale dell’interpellante costituisce vera e propria questione di fatto, sicché essa non può essere oggetto di interpello. 

Tra l’altro, l’erroneità di questa prassi è confermata non solo dall’Agenzia delle Entrate ma anche dalla Circolare n. 9 del 1 Aprile del 2016. In estrema sintesi, la Circolare in questione ha come scopo quello di precisare la portata normativa del D.lgs. n. 156 del 2015 comprendente, tra l’altro, la revisione della disciplina degli interpelli. 

Più precisamente, la Circolare citata precisa che l’interpello qualificatorio, al pari dell’interpello ordinario, non può comunque avere ad oggetto accertamenti di tipo tecnico. Non potrà, quindi, correttamente qualificarsi istanza di interpello quella tesa ad ottenere accertamenti di fatto” ovvero quelle fattispecie “in cui, più che rilevare l’aspetto qualificatorio, rilava il mero appuramento del fatto (c.d. accertamento di fatto).

In conclusione, le questioni concernenti l’accertamento della residenza fiscale dei contribuenti è un accertamento di fatto che non può essere risolta dall’Agenzia delle Entrate in sede di interpello. Si tratta di un aspetto tutt’altro che marginale visto che rilevano in merito all’obbligo di dichiarare anche in Italia i propri redditi di lavoro prodotti all’estero e per definire l’applicabilità o meno dei benefici fiscali previsti per il “rientro dei cervelli”. 

9. Consulenza e assistenza per l’applicazione degli incentivi fiscali per il “rientro dei cervelli

Se desideri richiedere una consulenza fiscale internazionale in materia di verifica nel tuo preciso caso concreto dei presupposti  per l’applicabilità degli incentivi per il “rientro dei cervelli“, contatta lo Studio ITAXA – Studio Legale Tributario specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale – scrivendo all’indirizzo info@itaxa.it oppure compilando il Modulo di contatto (clicca qui).

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