Successione di quote societarie: come funziona

La successione delle quote societarie si inserisce all’interno del fenomeno delle successioni a titolo universale o particolare, che si realizza alla morte del socio di una determinata società. Tale fattispecie, invero, si caratterizza per un’indubbia difficoltà interpretativa.

Ogni questione successoria, infatti, impone di prendere in considerazione la pluralità degli  interessi delle parti concorrenti, non solo degli eredi o legatari del defunto, ma anche di eventuali creditori e debitori.

La successione ereditaria, sia in caso di successione a titolo universale, sia a titolo particolare, può avere ad oggetto diverse situazioni giuridiche soggettive, ad esempio è possibile acquistare un diritto di credito, oppure un diritto reale, un singolo bene, oppure una universitas di beni e così via. 

Il discorso si complica però quando la successione ha per oggetto la partecipazione societaria. In questo caso, infatti, è lecito porsi alcune domande: è possibile trasmettere la propria posizione di socio ai propri eredi? (o al proprio legatario)? Cosa succede se gli eredi o i legatari sono più di uno? Che fine fa la società a seguito della morte di uno o più soci? 

Si tratta di domande importanti a cui è doveroso fornire una risposta. 

1. Cosa si intende in generale per successione?

La successione a causa di morte come anticipato, può essere sia a titolo universale (istituzione d’erede) sia a titolo particolare (legato). Essa si dice universale perchè l’erede subentra in tutti i rapporti attivi o passivi e nelle situazioni possessorie, facenti capo al defunto. Più precisamente, da un punto di vista giuridico in realtà l’erede è la stessa persona del de cuius

La successione a titolo universale può, ovviamente, aver luogo anche nell’ipotesi in cui sussista una pluralità di successibili. In tal caso ciascun coerede succede indistintamente, per la propria quota, in tutti i rapporti trasmissibili. Tale tipologia di successione comporta anche l’inclusione nell’asse dei diritti non menzionati dal titolo. 

La successione, invece, è a titolo particolare quando comporta che il soggetto destinatario, detto legatario, non subentri in tutti i rapporti attivi e passivi, ma solo in determinate situazioni giuridiche individuate, come la proprietà di un bene. Non subentra, invece, nelle situazioni possessorie del defunto, né è chiamato a rispondere dei debiti ereditari.

Generalmente, la successione si realizza alla morte del titolare del patrimonio, quando si colloca idealmente l’apertura della stessa. Si discute, poi, se alcuni eventi sono o meno equiparabili alla morte, ma, invero, sono eventi eccezionali, come ad esempiola morte presunta. 

2. Cosa si intende con successione di quote societarie?

Il tema del trasferimento mortis causa delle partecipazioni societarie è piuttosto complicato.

 In particolare, il Codice civile distingue tra società di persone società di capitali. Solo per queste ultime è disposta dal legislatore una disciplina in materia di continuazione, mentre in ogni altro caso, invece, è rimessa allo statuto delle stesse società.

Prima di analizzare le conseguenze giuridiche previste dalla Legge per le diverse tipologie di società è bene chiedersi perché il legislatore ha deciso di predisporre un diverso trattamento per le società di persone e per le società di capitali

Nelle società di persone, ovvero le Società semplici, Società in Nome Collettivo e le Società in accomandita semplice (lo stesso dicasi anche per le società Cooperative in realtà) gioca un ruolo più che importante la qualità dei soci

In altre parole, fa assolutamente la differenza se la qualità di socio è rivestita da una persona oppure da un’altra. Questo perché, nelle società di persone, non esiste la c.d. autonomia patrimoniale perfetta, ergo, i soci rispondono non solo con ciò che hanno versato nella società ma anche con tutto il loro patrimonio, presente e futuro. 

Viceversa, nelle società di capitali, ovvero, Società per Azioni, Società in accomandita per Azioni e Società a Responsabilità Limitata, la qualità dei soci è del tutto indifferente.

Ciò significa, in sintesi, che agli occhi della società poco importa se la quota oppure le azioni societarie siano detenute da un soggetto anziché un altro. Infatti, nelle società di capitali esiste eccome l’autonomia patrimoniale perfetta tra soci e società, persona giuridica. 

Alla luce di quanto precisato, è ovvio che le profonde differenze che intercorrono tra le società di persone e le società di capitali abbiano indotto il legislatore a prevedere una disciplina differenziata anche con riferimento alla trasmissione mortis causa delle partecipazioni societarie. 

Tendenzialmente, nelle società di capitali vi è una continuazione degli eredi del socio defunto nella società, viceversa, nelle società di persone, la morte del socio non determina alcun trasferimento, solamente il diritto per gli eredi del socio defunto di pretendere la quota di liquidazione. 

Con riferimento alle società di persone, l’’art. 2284 c.c. stabilisce espressamente che “Salvo contraria disposizione del contratto sociale, in caso di morte di uno dei soci, gli altri devono liquidare la quota agli eredi, a meno che preferiscano sciogliere la società ovvero continuarla con gli eredi stessi e questi vi acconsentano”. 

Dalla norma, quindi, si evince che con la morte del socio l’effetto immediato è lo scioglimento del vincolo sociale. 

Tuttavia, ciò non significa che con la morte del socio si avrà sicuramente la liquidazionedella sua quota in favore degli eredi dello stesso. Infatti, all’interno del contratto societario, più precisamente nei patti sociali, è possibile introdurre delle clausole di continuazione o di consolidazione, il cui scopo è quello di far trasferire, al socio, la propria quota di partecipazione per il tempo in cui avrà cessato di vivere. 

3. Clausole di continuazione nella successione di quote societarie

Sulla scorta di quanto accennato sopra, è chiaro che, se nulla è stabilito nei patti sociali, la morte del socio di una società di persone determina la liquidazione, in favore degli eredi di quest’ultimo, della quota di partecipazione. 

Le clausole di continuazione consentono la successione delle quote societarie, ovvero, grazie ad esse la partecipazione societaria del socio può essere trasmessa in favore degli eredi i quali, a seconda dei casi, potranno o dovranno, assumere la qualifica di soci

 In tal modo i soci superstiti non avranno l’obbligo di liquidare la quota del socio venuto a mancare in favore degli eredi di quest’ultimo, oppure, peggio ancora, sciogliere, liquidare e cancellare la società, ma potranno proseguire l’attività d’impresa collettiva con l’erede. 

Le clausole di continuazione si distinguono essenzialmente in tre categorie: 

  • facoltative;
  • obbligatorie;
  • automatiche.

Si distinguono dalle clausole di continuazione le c.d. clausole di entrata. Con ciò ci si riferisce alla pattuizione mediante la quale si pone in capo ai soci l’obbligo di far entrare in società un determinato soggetto, dopo la liquidazione dell’erede venuto a mancare.

Particolarmente discusso in dottrina era se le suddette clausole fossero o meno un’ipotesi di patto successorio. Ancora oggi, in realtà vi sono dei dubbi in ordine alla legittimità della clausola di continuazione automatica, tuttavia, tale profilo verrà analizzato nei prossimi paragrafi. 

3.1. Clausole di continuazione facoltative

Una delle clausole di continuazione più diffuse nella prassi sono sicuramente quelle di continuazione facoltativa. Tale clausola attribuisce agli eredi del socio defunto la facoltà di continuare la società o meno. Mentre, in capo agli altri soci vi è un vero e proprio obbligo di continuazione. 

Gli eredi, quindi, conservano la facoltà di decidere se richiedere la liquidazione delle quote o succedere in esse, partecipando all’attività sociale. Propria questa previsione garantisce la validità della previsione contrattuale.

Beninteso, nel caso in cui gli eredi decidano di entrar a far parte della compagine sociale, dovranno stipulare un negozio inter vivos (detto di continuazione appunto). 

Ciò significa che non basta accettare l’eredità del socio defunto per poter diventare soci, occorre, stipulare un contratto (con i soci superstiti chiaramente) mediante il quale gli eredi del socio defunto acquistano la qualità di soci.  

In caso di società in accomandita semplice, la clausola è invalida, ove trasferisca anche la qualità di amministratore.

Sul tema, infatti, la Giurisprudenza più volte è intervenuta ad ha precisato che la clausola di continuazione (in generale) non può determinare anche il trasferimento della qualità di amministratore. Questo perché la qualità di amministratore ha rilievo intuitus personae, ergo, devono essere i soci a decidere chi debba o possa amministrare la società. 

3.2. Clausola di continuazione obbligatoria 

Diversa dalla clausola di continuazione sopra esaminata è quella di continuazione obbligatoria. In tal caso ad essere obbligati a continuare non sono solo i soci ma anche gli eredi del socio venuto a mancare. 

In altre parole, gli eredi del socio venuto a mancare hanno dinanzi a sé un’alternativaaccettare l’eredità, e allora diventare obbligatoriamente soci della società (attraverso la stipula dell’atto inter vivos), oppure, rinunziare all’eredità e non diventare così soci. 

Tuttavia, rispetto a tali tipologie di clausole si è molto discusso circa la loro validità. Questa pattuizione, così formulata, potrebbe integrare la violazione del divieto di patto successorio. In tal modo, infatti, si esclude la facoltà di scelta dell’erede, vincolandolo alla continuazione nella società.

Nonostante i dubbi (legittimi) ad oggi pare essere prevalente la dottrina (supportata anche dalla giurisprudenza) secondo cui anche le suddette clausole sarebbero legittime

La clausola in esame, infatti, potrebbe essere ragionevolmente riconducibile ad una promessa del fatto del terzo, dove il terzo, in questo caso, è l’erede (oppure il legatario)Questo, qualora abbia promesso tramite la clausola di partecipare alla società, ove vi si sottragga, è tenuto al risarcimento dei danni. 

Se, invece, a rifiutare la continuazione sono i soci superstiti, anche loro saranno obbligati al risarcimento, per responsabilità contrattuale

In caso di legato, invece, è discusso su chi sia tenuto a risarcire il danno in caso di mancato acquisto del legato da parte del legatario. Onde evitare incertezze e possibili liti, sarebbe auspicabile che il testatore, in sede di confezionamento del testamento, precisi quest’aspetto delicato.

3.3. Clausole di continuazione automatiche

Le clausole probabilmente più discusse sono quelle di continuazione automatica. Tramite esse, infattinon sarà necessaria l’adesione al contratto sociale. Con l’accettazione dell’eredità si assume direttamente la qualità di socio

Anche in questo caso la dottrina e la giurisprudenza ha espresso delle forti perplessità in ordine alla legittimità e alla validità della clausola. Non per la presunta violazione dell’art 458 c.c. in materia di patti successori, quanto, piuttosto per la “costrizione” dell’erede a diventare socio della società. 

Inoltre, la clausola di continuazione automatica potrebbe creare dei problemi nel caso in cui l’erede decida di accettare l’eredità con il beneficio dell’inventario. In tal caso, infatti, da un lato l’erede ha il beneficio della responsabilità limitata (rispetto ai debiti del de cuius)dall’altro, però, assume i debiti sociali illimitatamente (in quanto socio). 

Nonostante dubbi e perplessità espressi, anche questa clausola oggi viene comunemente considerata valida. Questo perché l’erede, in realtà, non è “costretto” a diventare socio, ove non voglia, infatti, ha sempre la possibilità di non accettare l’eredità. 

Anche il problema della responsabilità limitata/illimitata in caso di accettazione beneficiata, in realtà, è un falso problema. Questo perché occorre scindere le sue tipologie di debiti. 

Una cosa sono i debiti dell’eredità, ovvero, i debiti che il de cuius aveva rispetto ai terzi, per i quali si applica il beneficio della responsabilità limitata derivante dall’accettazione beneficiata. Pertanto, l’erede, relativamente a questi debiti, risponderà entro i limiti del valore dell’eredità pervenutagli

Tutt’altra cosa, invece, sono i debiti di cui si fa carico in virtù dell’acquisto della qualità di socio. Tale responsabilità, infatti, non deriva dalla sua qualità di erede, ma dall’aver accettato di diventare socio di una determinata società. Se si diventa soci di una società non è possibile sottrarsi dalla normativa prevista per quel determinato tipo societario, a prescindere dal fatto che il socio rivesta, al tempo stesso, la qualità d’erede. 

Sul tema si segnala (Cassazione, sentenza n. 2815 del 1976).

4. Successione delle partecipazioni societarie nelle società di capitali

Il discorso cambia totalmente quando si parla di successione avente per oggetto la partecipazione societaria delle società di capitali, ovvero, Società per Azioni, Società in Accomandita per Azioni e Società a Responsabilità Limitata.

L’art. 2355-bis c.c. stabilisce che “lo statuto può sottoporre a particolari condizioni il loro (azioni nominative) trasferimento e può, per un periodo non superiore a cinque anni dalla costituzione della società o dal momento in cui il divieto viene introdotto, vietarne il trasferimento“.

La norma, quindi, riserva un’ampia autonomia statutaria in materia di S.p.A. (discorso analogo può essere fatto anche in tema di S.r.l.). Tramite lo statuto, potrà essere individuata la normativa da applicare alla successione. Nell’atto in esame verranno, infatti, alternativamente inserite sia le clausole che consentono la liquidazione delle quote, sia le clausole che limitano la trasferibilità, come la clausola di prelazione.

Tuttavia, in tali evenienze, il codice prevede anche la facoltà di recesso. L’art. 2437 c.c. (2469 c.c per le S.r.l.) prevede il diritto di recesso per i soci che non hanno concorso all’approvazione delle deliberazioni riguardanti l’introduzione o la rimozione di vincoli alla partecipazione societaria. 

Occorre in realtà fare una piccola precisazione. Se è sicuramente vero che all’interno delle società di capitali è possibile prevedere un limite alla circolazione delle azioni (o delle quote) anche mortis causa (nel senso che viene impedito il trasferimento per successione della partecipazione societaria) meno vero è che agli eredi del socio defunto spetti un diritto di recesso. 

Più che un recesso vero e proprio, infatti, si tratta di un obbligo di liquidazione (a carico della società) della quota del socio venuto a mancare (sulla base dei parametri previsti dalla legge) in favore dei suoi eredi. Infatti, considerato che questi non sono mai stati soci della società, non potrebbero mai recedervi, al massimo possono ottenere la liquidazione della partecipazione.

5. Liquidazione delle quote societarie del socio defunto

Ritornando alle società di persone, in linea generale, come sembra evidente dall’analisi della disciplina sulla successione delle quote societarie, la morte del socio non comporta automatico subingresso dell’erede, salvo non sia previsto in tal senso.

La regola è, allora, quella della liquidazione delle quote. In capo all’erede nasce un diritto potestativo che può essere azionato in giudizio. In tal caso, l’azione può essere esercitata dall’erede, avverso la società, che costituisce legittimato passivo. La suddetta previsione, tuttavia, è derogabile dai soci. Questi possono inserire nello statuto un proprio onere personale di accollarsi direttamente la liquidazione delle partecipazioni del socio defunto, ai relativi eredi.

6. Criteri di calcolo della liquidazione

Mentre per quanto riguarda la modalità di calcolo della quota in favore degli eredi, è intervenuta la giurisprudenza della Corte di Cassazione ad individuare i parametri e a stabilire i principi generali, applicabili in sede di liquidazione (Cassazione, sentenza 14 marzo 2001, n. 3671)

Il presente orientamento afferma il principio secondo cui la quota del socio deceduto di una società di persone deve essere liquidata in base alla situazione patrimoniale della società al momento del decesso del socio. Questa dovrà essere determinata secondo l’effettiva consistenza economica del patrimonio sociale, tenendo conto anche dei plusvalori latenti e dell’avviamento.  Quest’ultimo deve necessariamente essere computato, ai fini della liquidazione, poichè in tal modo si intende evitare l’ingiusto arricchimento, che altrimenti ne deriverebbe, in capo agli altri soci.

Infine, per quanto riguarda l’onere probatorio, relativamente al valore della quota del socio defunto, esso incombe sui soci superstiti. Solo questi ultimi, d’altronde, hanno il potere di accedere ai libri contabili, pertanto, in ossequio al principio della vicinanza alla prova, ad essi spetta l’onere.

7. Consulenza e assistenza legale per il tuo caso

Come avrai notato, la disciplina prevista in materia di successione delle quote societarie è decisamente complessa poiché occorre valutare molti elementi.

Proprio per questo motivo, al fine di proteggere e difendere al meglio il tuo Patrimonio, ti consiglio di completare il Modulo di contatto che trovi in questa pagina.

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