Tutela del patrimonio personale: guida pratica

Numerosi sono gli strumenti di tutela del patrimonio personale, che l’ordinamento prevede e disciplina. Scegliere quale sia quello maggiormente conforme alle esigenze individuali, tuttavia, non sembra semplice. Proprio l’ampio novero di fattispecie processuali e istituti extraprocessuali rendono di difficile elaborazione le concrete alternative.

Nella giungla del mercato economico e degli scambi, anche quotidiani, il cittadino sembra, non di rado, sprovvisto degli adeguati strumenti di tutela del patrimonio. Eppure, soprattutto nell’ultimo decennio, l’esigenza di proteggere i propri risparmi è divenuta sempre più sentita. In considerazione anche del rischio crescente di essere esposti a peculiari eventi lesivi, come la crisi di impresa, improvvisa precarietà lavorativa, ma anche inaspettati eventi di natura familiare o personale, si è sviluppata la tendenza a ricercare idonee strumenti cautelativi.

Il codice civile è stato arricchito, grazie anche alle fonti sovranazionali, soprattutto comunitarie, di figure duttili, che hanno offerto un pregevole apporto al privato. Tuttavia, proprio la sovrabbondanza di tecniche e misure, ha finito per ingenerare una rilevante difficoltà nella selezione e nella scelta del “tattica cautelare” più conforme allo scopo perseguito.

L’intento della presente guida è, quindi, quello di individuare ed analizzare i principali strumenti per la tutela del patrimonio personale, che l’ordinamento mette a disposizione al privato cittadino.

1. La tutela del patrimonio: vincolo di destinazione

Con la Legge del 23 febbraio 2019, n. 51, è stato introdotto nel corpo del codice civile l’art. 2645 ter c.c., il quale testualmente recita: ” Gli atti in forma pubblica con cui beni immobili o beni mobili iscritti in pubblici registri sono destinati, per un periodo non superiore a novanta anni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela (…) possono essere trascritti al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione”.

La norma apparentemente disciplina la trascrizione di atti aventi ad oggetto immobili e mobili registrati. Invero, essa ha introdotto nel nostro ordinamento la figura del vincolo di destinazione, efficace strumento di tutela del patrimonio dall’aggressione dei creditori.

1.1. Cosa è un vincolo di destinazione?

Per quanto la norma di cui all’art. 2645 ter c.c. sembri disciplinare aspetti prettamente pubblicistici, è ormai pacifico che esso abbia carattere anche sostanziale. La riforme, infatti, ha inteso introdurre un istituto, in uso nella prassi, ma privo, fino ad allora, di fondamento normativo.

L’atto di destinazione del patrimonio è espressione dell’autonomia negoziale, che si adopera al fine di costituire un rapporto di natura patrimoniale. Maggiori incertezze, invero, sussistono sulla natura unilaterale o contrattuale del negozio, che sembrerebbe, infatti, perfezionarsi con l’accettazione del beneficiario dell’atto stesso.

A prescindere dalla natura unilaterale o bilaterale, tale negozio può essere sia oneroso che gratuito. Esso muta la propria veste in considerazione degli interessi che intende perseguire, difatti è considerato in genere un negozio a causa variabile. Tuttavia, il più delle volte, si qualifica come atto a titolo gratuito.

Come suddetto, il destinatario del beneficio realizzato con il negozio può esprimere il proprio dissenso rifiutando il prodursi degli effetti nei suoi confronti. Il negozio potrebbe anche essere risolto tramite mutuo consenso.

La durata massima del vincolo è di novanta anni, o comunque per un periodo non superiore alla durata della vita del beneficiario.

1.2. L’effetto di destinazione

La tutela del patrimonio personale, nel caso degli atti di destinazione, passa attraverso l’effetto di segregazione patrimoniale, prodotto dalla destinazione. I beni oggetto di destinazione costituiscono una massa separata dal resto del patrimonio del beneficiario. Ciò implica che i creditori di quest’ultimo non possono rivalersi su tali beni. Essi potranno essere oggetto di aggressione solo da parte di quei creditori, il cui diritto sia collegato alla realizzazione della finalità di destinazione.

Proprio a causa del peculiare effetto che l’atto di destinazione produce, il legislatore ha subordinato la costituzione alla tutela di interessi meritevoli. Il concetto di meritevolezza, che, ivi, viene in evidenza, è di certo più stringente del giudizio di cui all’art. 1322 c.c., sebbene predetta norma sia espressamente richiamata dall’art. 2645 bis c.c..

E’ possibile, infatti, individuare una serie di ambiti che integrano certamente la meritevolezza. Si tratta di ogni settore inciso da interessi di rilievo costituzionale, ad esempio la tutela dei disabili o la crisi coniugale. Maggiormente incerto è il ricorso a tali atti al fine di tutelare l’impresa, sebbene non di rado si ricorre a figura similari che producono effetti di segregazione

2. La tutela del patrimonio: intestazione fiduciaria

Una delle tecniche di tutela del patrimonio personale, e non solo, è l’intestazione fiduciaria. Questa è uno strumento indiretto, tramite il quale determinati beni vengono intestati ad un soggetto, al fine di nascondere la reale identità del proprietario.

L’intestazione fiduciaria è un istituto piuttosto duttile, infatti può essere utilizzata secondo diverse forme dal mandato fiduciario, alle società fiduciarie, al negozio fiduciario, a secondo dell’esigenza che viene in rilievo. A seconda della forma prescelta seguiranno poi differenti effetti, anche sotto il punto di vista fiscale. Dalla intestazione, potrà, allora, seguire o l’effetto di separazione patrimoniale oppure lo stesso trasferimento di proprietà.

Appare, quindi, che anche laddove si adotti la forma negoziale, l’atto risultante non avrà una causa di scambio o traslativa, non determinando un arricchimento del soggetto destinatario. La causa sarà, invece, individuabile nello scopo fiduciario.

2.1. Negozio fiduciario

La figura di recente introduzione è definita come l’accordo tra due soggetti, con cui taluno dei due, detto fiduciante, trasferisce in capo all’altro, fiduciario, la titolarità di una situazione giuridica soggettiva, al fine di perseguire uno scopo ulteriore. Il fiduciario assume con tale negozio l’obbligo di utilizzare i beni conferiti, nei tempi e nei modi prescritti.

Secondo l’orientamento prevalente, il negozio fiduciario è un atto unitario con una propria causa fiduciaria (Corte di Cassazione, sentenza del 19 maggio 1969, n. 1261). Esso produce come principale effetto il trasferimento di un diritto di proprietà su di un bene, al fine di amministrarlo e gestirlo secondo le modalità concordate. L’accordo prevede, inoltre, il ritrasferimento della titolarità del predetto diritto a richiesta, al fiduciante o a un soggetto terzo.

Il negozio fiduciario si struttura, all’apparenza, sulla base di due negozi, uno esterno e l’altro, invece, meramente interno. Il primo è a natura reale, con esso è trasferito un diritto su un determinato bene. Il secondo, invece, ha causa fiduciaria con effetti obbligatori, il quale presuppone l’assunzione di una serie di doveri di gestione.

E’, tuttavia, possibile distinguere tra fiducia statica e dinamica. E’ statica quando non c’è un reale trasferimento dal fiduciante al fiduciario di un bene. Ciò accade quando, il secondo è già titolare del diritto reale, tuttavia egli assumerà degli obblighi di amministrazione e gestione in conformità alle condizioni poste dal fiduciante e a trasferirlo a lui su sua richiesta. Si definisce, invece, dinamica la fiducia che si realizza previo atto di trasferimento.

3. La tutela del patrimonio: il trust

Nel nostro ordinamento la figura del trust, come strumento di tutela del patrimonio personale, è stata a lungo discussa. Invero, era piuttosto incerta la sua ricostruzione, ma, ben prima, la sua stessa ammissibilità.

Invero, lo scopo della Convenzione era proprio quello di armonizzare la disciplina degli Stati aderenti sulla materia, individuando la normativa che meglio si applicava alla fattispecie.

L’istituto del trust è stato riconosciuto in Italia solo con la Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985. Nonostante però tale ratifica, ancora non fu pacifica la sua legittima affermazione nell’ordinamento nazionale. Infatti, si continuò a dibattere sul mero riconoscimento del Trust internazionale, piuttosto che dell’effettiva consacrazione del trust interno.

Proprio in quanto il dibattito non era affatto sopito, si sono susseguiti una serie di interventi legislativi, che si ponevano l’obiettivo di offrire una base legale di riferimento adeguatamente solida. Da ultimo l’art. 73 del D.P.R. n. 917 del 22 dicembre 1986 (detto “TUIR”), il quale ha introdotto la normativa fiscale da applicare al suddetto istituto, differenziandone il trattamento fiscale a seconda che trattasi di trust “trasparenti” (ovvero con beneficiari individuati) oppure “opachi” (vale a dire con beneficiari non individuati). Tuttavia, il legislatore, in realtà, non è mai intervenuto al fine di disciplinare le caratteristiche salienti del trust. La sua struttura, quindi, è individuabile sulla base della Convenzione dell’Aja.

3.1. Elementi costitutivi del trust

La struttura del rapporto trilatero costituente il trust può essere rintracciata all’art. 2 della Convenzione dell’Aja. La norma individua tre soggetti che ricorrono alla fattispecie del trust, per gestire dei beni, questi sono:

  • il disponente (o “settlor“)che stabilisce il regolamento del trust e, in genere, è anche l’originario titolare del patrimonio oggetto della gestione;
  • il gestore (o “trustee“) del patrimonio;
  • beneficiario (o “beneficiary“) della gestione, cioè colui a favore del quale viene amministrato il patrimonio in questione.

A questi soggetti, può poi aggiungersene un quarto, che svolge un’attività di controllo sull’operato del gestore. Nel caso di trust di scopo, inoltre, manca la figura del beneficiario. Infatti, in tal caso la gestione è attribuita per perseguire una specifica finalità, non per favorire un soggetto terzo. Ove, invece, si adotti la figura del trust discrezionale, il beneficiario potrebbe non essere individuato alla costituzione del trust, ma in un secondo momento.

3.2. Come si costituisce un trust?

Il trust è, in genere, istituto dal disponente, il quale adotta il regolamento ed individua anche la disciplina normativa da applicare. Tramite l’atto istitutivo dovranno essere altrettanto individuate le competenze e le funzioni del gestore, limitando, in tal modo, l’esercizio dell’attività stessa di amministrazione.

Funzione principale dell’atto costitutivo, è la realizzazione di un patrimonio separato. Il trust, infatti, nonostante i molteplici tentativi di ricondurlo ad un contratto fiduciario o ad altre figura, costituisce nella sostanza un patrimonio separato ai sensi dell’art. 2645 ter c.c.. Ciò significa che i beni oggetto del trust non confluiranno nel patrimonio del gestore, ma, appunto, sarà del tutto autonomo da esso. L’implicazione principale di questo effetto di segregazione è che i creditori del gestore non potranno rivalersi su questi beni.

Al predetto gestore, saranno poi devoluti specifici compiti. Egli sarà chiamato o ad un’attività di amministrazione del patrimonio in favore del beneficiario, oppure al perseguimento di un’altra specifica finalità.

3.3. Finalità del trust

La figura del trust esiste sotto molteplici vesti, a seconda della finalità che si intende perseguire. Possiamo, quindi, distinguere:

  • liberali o di tipo fiduciario: con il quale si può disporre del patrimonio con finalità di tutela del patrimonio familiare o meno;
  • commerciali: con finalità di garanzia e tutela per l’attività di impresa;
  • con finalità di pubblico interesse: che possono assumere a loro volta svariate forme, ad esempio si distinguono i trust fissi, dove i beneficiari sono determinati sin dalla costituzione dai trust discrezionali, dove possono essere individuati successivamente. Inoltre, queste tipologie di trust, proprio perché perseguono interessi pubblici, possono essere revocabili, differentemente dall’istituto generale, che, invece, ha carattere irrevocabile.

4. La tutela del patrimonio: polizze assicurative

Le polizze assicurative costituiscono un ulteriore valido strumento di tutela del patrimonio personale, che altrettanto producono anche esse un effetto di segregazione.

I contratti con cui si stipulano le polizze assicurative rientrano nella particolare categoria di contratti aleatori. Con tale espressione si richiamano gli atti negoziali connotati, oltre che dalla necessaria alea economica, anche da un’alea giuridica.

Al rischio concernente l’entità della prestazione, che può subire alterazioni a causa di fattori economici e di mercato, si associa un secondo rischio circa la stessa integrazione dei presupposti che fanno sorgere l’obbligo di rendere la prestazione. Quest’ultima può, infatti, essere subordinata al verificarsi di specifici eventi, come la morte o la malattia di uno degli stipulanti.

4.1. La polizza sulla vita

L’esempio più consueto di polizza assicurativa è l‘assicurazione sulla vita, disciplinata all’art. 1882 c.c.. Ivi è introdotta una figura contrattuale con cui l’assicuratore si obbliga a pagare un capitale o una rendita, al verificarsi di un evento attinente la vita umana.

Si qualifica, quindi, come un contratto a prestazioni corrispettive, ove queste si sostanziano nei premi assicurativi versati dall’assicurato, e dalla rendita resa dall’impresa assicurativa, al verificarsi della condizione. Il contratto di assicurazione si presente come a carattere consensuale, oneroso e ad esecuzione continuata.

Il carattere aleatorio si identifica nel c.d. rischio demografico, quale evento futuro ed incerto, come la morte o una malattia, di cui non si conosce il momento esatto della sua realizzazione. Tale rischio graverà sull’impresa, ove l’evento si realizzi in un arco di tempo piuttosto contenuto, dimodochè i premi assicurativi versati sono proporzionalmente di molto inferiori al capitale. Graverà, invece, sul contraente, se l’evento si realizza in un arco di tempo molto ampio, quindi il bilanciamento tra premi e capitali può essere a suo sfavore.

I motivi del contratto possono essere i più disparati. Si può ricorrere alla polizza sia per assicurare ai propri familiari un capitale, in conseguenza dell’evento morte del contraente, oppure per garantirsi una rendita con finalità previdenziali, per l’età avanzata. Tuttavia il contratto assicurativo sicuramente può essere inteso come uno strumento di tutela del patrimonio personale. La polizza, come è evidente, consente di accantonare parte del patrimonio.

Come avrai notato, la disciplina prevista in materia di tutela del patrimonio personale è decisamente complessa poiché occorre valutare molti elementi.

Proprio per questo motivo, al fine di proteggere e difendere al meglio il tuo Patrimonio, ti consiglio di completare il Modulo di contatto che trovi in questa pagina.

Un Professionista di ObiettivoProfitto.it saprà aiutarti nel migliore dei modi.

CHIEDI UNA CONSULENZA
CONTATTACI

per richiedere la nostra assistenza








    Ho letto e accetto la Privacy Policy